Step 04 - Apparenze

Il penultimo capitolo e la voglia di scrivere, finalmente ritrovata.

Alla festa ci erano andati, nonostante mille ripensamenti Kogure era davvero passato a prenderla alle nove e lei si era fatta trovare pronta, vestita per l’occasione. Giunta sul pianerottolo Suzue si era concessa una teatrale piroetta su se stessa, sorridendo al ragazzo.

"Che dici, troppo corto?"

"Non so… è una cintura o una gonna?", aveva risposto lui aggiustandosi gli occhiali sul naso. "Scherzo, stai benissimo."

"Ma…"

"Ma che cosa?"

"Dai, Kogure… Sei ancora convinto che la mia sia tutta fatica sprecata, vero?"

"Si nota molto?" chiese Kogure distogliendo lo sguardo.

"Si nota troppo", disse Suzue con un sorriso triste. Lo colpì piano sulla spalla. "Coraggio, andiamo."

Si incamminarono verso la scuola e, a dispetto della serata che si preparavano ad affrontare, nel tragitto verso lo Shohoku scambiarono sì e no un paio di parole. Suzue ricordava un’altra serata in cui aveva passeggiato al fianco di Kogure, ma questa volta era tutto diverso, rimanevano sospese tra loro troppe parole non dette. Fu comunque lui a rompere il silenzio, a pochi passi dall’ingresso della scuola.

"Siamo arrivati, si va in scena", disse stringendo la mano di Suzue. Lei ricambiò la stretta, le dita fredde nonostante l’aria calda della sera.

Individuarono Ryota e Ayako e si mossero nella loro direzione, sempre tenendosi per mano. Ai saluti seguì un attimo di imbarazzo, gli occhi dei due kohai percorsero la figura di Suzue e lo sforzo che fecero nel tenere a freno la lingua, quando si accorsero delle loro dita intrecciate, fu più che evidente. Suzue notò suo fratello militare orgoglioso tra le fila dell’Armata Sakuragi e lo salutò con un lieve cenno del capo, quindi prese a scandagliare la folla. C’erano Akagi con la sorella e perfino Rukawa, alla fine era venuto e spiccava contro la parete come una macchia di luce, forse perché se ne stava appoggiato al muro, tenendosi a distanza dai compagni ma non troppo lontano. A Suzue parve l’atteggiamento di un bambino, sospeso tra il desiderio di avvicinarli e l’incertezza della loro reazione, e lo sentì molto vicino, perché nei confronti di Mitsui nutriva quella sera il medesimo timore.

"Guarda, ci sono Mitsui e Chiba", le disse Kogure all’orecchio, e Suzue si voltò verso la cancellata.

Non ci mise molto a individuarli, avvolti dalla luce delle lampade di carta appese ai rami degli alberi. La Hotaru Chiba che attraversò il cortile della scuola era molto diversa dalla ragazza che tutti conoscevano, e fece girare più di una testa. Non tanto per il top blu scuro che lasciava scoperta la pancia o i jeans aderenti, né per gli occhi ingranditi dal trucco e liberi dai soliti occhiali. Hotaru camminava leggera a fianco di Mitsui, appena un passo indietro, quasi imbarazzata da quell’improvvisa notorietà. Stretta nel vestito corto e nero, sul quale aveva puntato tutte le sue carte, Suzue si sentì infinitamente banale, triste e depressa. Hotaru era naturale, il suo fascino non si basava sull’artificio o sul calcolo, e Suzue seppe di aver perso la sua battaglia nel momento in cui incrociò lo sguardo di Mitsui. Le stava sorridendo, ma senza la solita ironia e senza doppi sensi. Era lo stesso sorriso con cui aveva salutato Ayako, anni luce lontano dal modo in cui parlava con Hotaru, da come sembrava accarezzarla con gli occhi e cercare il contatto con il suo corpo. Non poté far altro che ricambiare il sorriso e ricacciare indietro le lacrime che le pizzicavano il naso.

"Mi sa che vado a cercare qualcosa da bere", disse in un soffio. Si allontanò in fretta dal gruppo e arraffò un bicchiere di quello che all’apparenza era un succo di pesca ma che, dopo il primo assaggio, si rivelò corretto con qualcosa di molto diverso e decisamente alcolico. Perfetto, proprio quello che mi serve.

"Pensi di ubriacarti per superare la delusione?" chiese Kogure piazzandosi alle sue spalle. Non l’aveva sentito avvicinarsi, e sobbalzò per lo spavento. "Un po’ scontato, ma se vuoi ti faccio compagnia…" Prese un bicchiere e ne ingoiò il contenuto in un unico sorso, senza nemmeno strizzare gli occhi quando il liquido ambrato scivolò verso lo stomaco.

"Li hai visti? Cazzo…" Suzue incrociò le braccia sul petto e si morse il labbro inferiore.

"Li ho visti, ma non sono sorpreso più di tanto." C’era una luce strana nei suoi occhi, che lei non seppe definire. "Te l’ho detto, sono rassegnato."

No, non sembri affatto rassegnato, pensò Suzue. Furioso, arrabbiato. Deluso. Sconfitto. Lasciò cadere la testa sulla sua spalla. "Mi dispiace, Kogure… Sono una scema, non posso competere con una come lei."

"Vero, ma solo perché Mitsui è innamorato…"

"Cos’è, questo dovrebbe consolarmi?" ridacchiò lei.

"E non certo perché tu sia meno affascinante", concluse Kogure senza commentare, appoggiando le labbra sui suoi capelli. Ancora quella strana vibrazione nella sua voce, che fece risuonare un piccolo campanello nella mente di Suzue. Accostò il corpo al suo, percependone il calore sotto la stoffa sottile. Era una sensazione piacevole, ma quando Kogure le passò il braccio sulle spalle scoperte, aumentando l’intensità della stretta, Suzue si ritrasse.

"Senti… ti offendi molto se me ne sto un po’ da sola?" Era una frase scortese e disonesta, in fondo era stata lei a insistere perché l’aiutasse a mettere in scena quella commedia, ben sapendo quanto doveva essergli costato. E adesso, davanti a quel macroscopico fallimento che toglieva a entrambi ogni speranza, era proprio lei a chiedergli se per favore non poteva lasciarla sola.

Kogure la guardò in silenzio.

"Okay, come preferisci", commentò freddamente. "Mi trovi in giro, se per caso ti servo ancora…"

Suzue fece per rispondere, ma scrollò il capo e lo guardò allontanarsi verso il gruppo dello Shohoku. Prese un altro bicchiere dal bancone e si allontanò di qualche passo. Buttò giù un paio di sorsi, rabbrividì quando arrivarono in gola e si spostò verso il fondo del cortile, ma nel breve tragitto si scontrò con Mitsui e rischiò di rovesciargli tutto sulla maglia.

"Che c’è lì dentro?" chiese lui accennando con il mento al bicchiere che Suzue teneva tra le dita.

"Succo di frutta", rispose leccando via le gocce che le erano cadute sul polso.

"Posso?" Allungò la mano senza aspettare la risposta e assaggiò un sorso. "Succo di frutta, eh?" disse storcendo la bocca.

"Se non reggi più l’alcol puoi sempre bere un’aranciata, Hisashi", disse con tono ironico. "Ma la tua piccola principessa dov’è finita?"

Mitsui la fissò a lungo prima di andarsene e Suzue, pur sostenendo il suo sguardo, si sentì infinitamente cretina con quel bicchiere in mano e tutto il resto. Gli abiti, il trucco, le parole, ogni cosa quella sera era stata pensata al solo scopo di sedurlo, di mostrargli quanto era cresciuta e quanto poteva essere interessante, molto più di quella secchiona occhialuta di Chiba, che si era invece rivelata completamente diversa. Non era giusto…

"Non ne ho più voglia", disse, senza capire se si riferiva alla bibita o a tutto quel casino. La musica era strana, Suzue non la conosceva e non questo non l’aiutava a superare l’impasse, quindi rimase bloccata contro il muro della scuola, da sola, come un evaso centrato dal riflettore. Senza accorgersene scivolò lungo i mattoni ancora caldi per il sole del pomeriggio e si trovò seduta a terra.

"Ma sei ubriaca o fai solo scena?"

Suzue sollevò la testa e se lo trovò di fronte, di nuovo. Non poteva decidersi, una buona volta? Le venne da piangere e si sfregò gli occhi con il palmo della mano, passando da sensuale dark lady a orsetto lavatore in meno di un secondo.

"Dai, tirati su", disse Mitsui allungando il braccio. Suzue sollevò la mano e nel movimento i braccialetti scivolarono indietro con un piacevole tintinnio. Si alzò in piedi troppo in fretta e per un attimo le girò la testa, e fu costretta ad appoggiarsi a lui. Mitsui si irrigidì e Suzue sentì il bisogno di spiegarsi, per qualche strana ragione era importante che lui sapesse che era strana, ma non al punto da non reggersi in piedi.

"Ho perso l’equilibrio. Non sono ubriaca. Sto facendo scena." Aveva caldo, e un disperato bisogno d’aria. "Per convincerti a stare con me", concluse Suzue soddisfatta, appoggiando la testa nell’incavo del suo collo. Lui sospirò ma non la respinse.

Da qualche parte, in un angolo del cervello, Suzue era consapevole di stare giocando sporco. Era evidente che si era sbagliata nel giudicare Chiba, a questo punto era piuttosto chiaro che tra lei e Mitsui le cose dovevano essersi spinte abbastanza avanti, ma aveva dalla sua parte i ricordi di un passato troppo poco lontano su cui fare leva, ed erano immagini intense, forti e radicate nella mente e nel cuore di entrambi, ne era certa. Infatti avvertì la mano di Mitsui scivolare lungo il suo fianco fino a cingerle la vita. Suzue appoggiò il mento sulla sua spalla e si fece più vicina.

"Forza, facciamo un giro…" bisbigliò Mitsui, e Suzue annuì. Spostò per un attimo la testa e le vide, Ayako e Haruko che guardavano nella loro direzione. Le ragazze tendono a essere molto solidali, in queste occasioni, ma loro non si mossero. Girarono invece la schiena e Suzue chiuse gli occhi, evitando lo sguardo di Kogure.

Camminarono lentamente, sempre tenendosi vicini, fino a quando la musica non divenne un brusio in sottofondo e l’unica luce rimase quella delle lampade del cortile. Suzue non ricordava quanto ampio fosse il perimetro della scuola, quali anfratti si nascondessero dietro ogni angolo, ma riconobbe perfettamente il punto in cui si fermarono, perché tutto era cominciato e finito proprio lì. Sollevò il viso verso quello di Mitsui, ma fu lui a parlare per primo.

"A che gioco stai giocando, Suzue?"

Strinse le mani sulle sue spalle, buttando fuori la frase in un soffio. Era alto, a Suzue sembrò che in quei due anni fosse cresciuto ancora perché la sovrastava di tutta la testa e le spalle. Lentamente distolse gli occhi, a disagio nel percepire il calore delle dita di Mitsui a contatto con la pelle. Per la prima volta dopo tanto tempo.

"Niente, nessun gioco." Risposta sbagliata, Suzue.

Lui strinse le labbra e si allontanò di qualche centimetro.

"Piantala. Dimmi che diavolo vuoi…" disse tra i denti.

"Niente, non voglio niente…" Sorrise, ma le labbra si piegarono verso il basso e un lieve singhiozzo le uscì dalla gola. Anche questa fu una risposta sbagliata.

"Cazzo Suzue, sei proprio stupida", disse Mitsui stringendo i pugni.

"Stupida io? Ma senti chi parla!" replicò lei alzando la voce. Si rendeva conto di accumulare un errore dietro l’altro. Non voleva litigare o finire col recriminare colpe e torti. Voleva solo parlare con lui. Allungò la mano, l’appoggiò sul braccio del ragazzo e strinse quella manica nera e calda.

"Scusa. Davvero, non volevo. È che mi fai ancora un certo effetto…"

Lui parve stupito, e anche Suzue si meravigliò di quanto fosse stato semplice. Quelle parole le erano rimaste impigliate in gola, incapaci di salire o scendere, e adesso erano finalmente uscite senza tanti fronzoli e proprio davanti a lui. A quel punto toccava a Mitsui muovere e quindi distolse lo sguardo, per dare a entrambi il tempo di assorbire la novità. Mitsui sbuffò, ma non fu di fastidio. Piuttosto sembrò sollevato, perfino divertito.

"Anche tu."

Ha davvero detto quelle due semplici parole, pensò Suzue tornando ad appoggiare gli occhi sul suo viso.

"Anche io cosa?" chiese. Era sincera, voleva davvero che Mitsui sciogliesse la frase e le confermasse quello che credeva di avere capito.

"Scema, lo sai benissimo", disse allontanandosi. "Per me significhi ancora molto."

Suzue non percepì il distacco, ma soltanto un immenso calore salirle dallo stomaco e irradiarsi a tutto il corpo, nella punta delle dita come nel viso e nelle gambe. Le si inumidirono perfino gli occhi. Fu una reazione spontanea e involontaria, come quando per lungo tempo si rimane al buio e il primo raggio di luce colpisce le pupille.

"Non fare quella faccia soddisfatta…" aggiunse lui. "Non è come credi, lo sai."

"Lo so", rispose inclinando la testa di lato. Immaginò la mano di Mitsui avvicinarsi, scompigliarle i capelli e poi scendere fino al collo e oltre, come aveva fatto la prima volta. Ma lui non si mosse, e allora continuò: "Però è già qualcosa".

Suzue si sollevò sulle punte e appoggiò le labbra sulla guancia di Mitsui. Un bacio leggero, da bambina, il bacio di un’amica ritrovata.

In realtà non fu una mossa calcolata, forse fu l’unica di quella sera a uscirle spontanea, ma prima che potesse rendersi conto delle conseguenze era già troppo tardi: Mitsui chiuse le labbra sulle sue e cominciò a baciarla come se non avesse atteso altro. La mano dietro la nuca aveva afferrato una ciocca di capelli e stringeva forte, aggressiva. Suzue si ritrasse, spingendo i pugni sul torace, e lui reagì con imbarazzo, passandosi le mani tra i capelli.

"Scusami…"

"Niente… scusami tu…" disse Suzue abbassando gli occhi.

"Hisashi…"

Nel silenzio tra i due fu una voce femminile a pronunciare il nome del ragazzo, ma non quella di Suzue. Si allontanarono l’uno dall’altra e li videro, lontani ma non abbastanza, Kogure e Chiba. Lei con il viso immobile e gli occhi dilatati, lui con un sorriso cinico e cupo, così estraneo al suo viso. Hotaru avanzò minacciosa verso di loro ma si arrestò dopo pochi passi, fissando Mitsui diritto in viso.

"Hotaru… ti prego…" disse lui dirigendosi verso la ragazza, ma lei lo fermò con quella voce sempre più fredda e bassa.

"Vaffanculo, Hisashi." Non ci furono incrinature nella voce, né lacrime isteriche, e Suzue ne fu quasi ammirata: Hotaru era una combattente e non accettava l’umiliazione. Spostò gli occhi verso Suzue, un passo dietro Mitsui. "E tu… tu…" Non aggiunse altro, ma il disprezzo che provava era quasi tangibile mentre girava sui tacchi e si allontanava da loro.

Mitsui abbassò la testa e Suzue gli sfiorò la schiena, poi si avvicinò di nuovo a lui. Era un fascio di nervi e fece per parlare, ma Kogure lo fermò.

"Non a me. Spiegalo a lei, idiota", sibilò accennando con il capo in direzione di Chiba.

Mitsui si liberò di Suzue e la fissò per un secondo, ma sembrava non vederla. Lei allungò la mano, non per trattenerlo ma per toccarlo una volta ancora, consapevole che, in ogni caso, sarebbe stata l’ultima. Lui le voltò le spalle e corse via, lasciandola sola con Kogure.

"Non potevi proprio farne a meno, vero?" disse lei senza guardarlo.

"No, sei tu che sei una stronza", replicò Kogure avvicinandosi al suo viso. "Quando vi ho visti andarvene non volevo crederci, e invece avresti davvero fatto di tutto per concludere quello che non ti era riuscito due-"

Suzue lo colpì in pieno viso solo per farlo zittire, non perché l’avesse offesa. Kogure aveva ragione, non c’era molto altro da aggiungere. Lei aveva giocato sporco, Mitsui si era fatto trascinare e Chiba era rimasta in mezzo.

Chiaro e semplice.

Sei tu a non piacerle, non il fatto che stai con me. Mentre si preparava per la serata, Suzue aveva costruito su quella frase un intero mondo e buona parte del proprio futuro, ma adesso, guardando la guancia di Kogure che andava colorandosi di rosso e i suoi occhi d’inchiostro nero, percepì per la prima volta il tono amaro con cui il ragazzo l’aveva pronunciata. Per l’ennesima volta non era riuscito a opporsi al suo ruolo di confidente prezioso e Suzue poteva quasi vederlo, poche ore prima, seduto sulla panchina ad ascoltare Chiba lamentarsi e rassicurarla con quel suo sorriso fiducioso, nascondendo la verità. Provò un’istintiva rabbia verso la compagna di classe e il suo modo di comportarsi, cieco e ottuso. Così simile al mio, pensò. Chi di noi allora ha marcato il territorio?

Voleva spiegare a Kogure questo e altro, sentiva di doverlo fare, ma fu l’orgoglio ad avere il sopravvento.

"Almeno io ho avuto il coraggio di farlo. Non gioco al migliore amico per pararmi il culo e mendicare qualche briciola."

"Quello che hai fatto non richiede coraggio, Kuwata. Richiede pelo sullo stomaco, nient’altro."

"Quello che abbiamo fatto. Tu e io. Non dimenticartelo, Kogure." Lo spinse di lato e fece ritorno verso il cortile dello Shohoku, tagliando una folla di studenti chiassosi e ormai ubriachi. Le sembrò che tutti la guardassero, ridessero e bisbigliassero tra loro, ma non riuscì a capire se fosse uno scherzo delle lacrime che le annebbiavano la vista o del senso di colpa che premeva sulla schiena e la spingeva a correre, sempre più veolce.

Entrò in casa in silenzio, ma il tentativo di evitare il fratello fu fatica sprecata, perché quando finì di togliersi le scarpe e rialzò la testa lo vide seduto sul primo gradino delle scale, la schiena appoggiata alla parete. Toki si sfilò le cuffie dalle orecchie e accennò un saluto.

"Allora, ti sei divertita?" chiese in tono ironico.

"Abbastanza… Tu?" disse lei sforzandosi di mantenere calma la voce.

"Suzue, piantala. Tutta la scuola parla del match tra te e Chiba senpai", replicò lui con astio.

"Sì? Allora sai già tutto, non hai bisogno di chiedermi nulla…" disse scavalcandolo per salire in camera. Sperò di scoraggiarlo, con quell’atteggiamento strafottente, ma non funzionò.

"Sai cosa dicevano gli altri mentre tornavo a casa?" chiese Toki afferrandole la caviglia.

"No, ma scommetto che stai per dirmelo tu…" sbuffò lei.

"Che mia sorella si è scopata Mitsui nel parco della scuola, ecco cosa dicevano."

Suzue si girò di scatto, scalciando per liberarsi della stretta. La luce accesa sul pianerottolo filtrava dalle finestre e illuminava debolmente i loro occhi spalancati.

"Mitsui, il mio senpai! Hai capito, cretina?" gridò lui. "Con che cazzo di faccia mi presento, adesso?" Toki si era alzato da terra e i due fratelli si fronteggiavano a pochi centimetri di distanza.

Suzue voleva replicare, difendersi, non tanto perché era una balla il fatto che si fosse scopata Mitsui. La verità era che tutti avevano lasciato che la nebbia del passato offuscasse i contorni del presente, ma questo non contava, perché alla fine l’ultima parola l’avevano sempre i gesti, le frasi, le azioni. E lei ci aveva davvero provato con Mitsui, ed erano davvero stati beccati l’uno addosso all’altra, dalla sua ragazza e dal suo migliore amico, e questo bastava a fare di lei una puttana agli occhi di tutti, perfino a quelli di suo fratello. Davvero?

But ain’t it true? It takes what it takes
And sometime we get too smart to leave

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La citazione in chiusura è tratta da Misery © Pink
mailto: stellametista@yahoo.com

Step05

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