04. Useless words

I personaggi di Slam Dunk sono © di Takehiko Inoue.

Boys don’t cry © The Cure

 

Mitsui vagò per le strade della città senza una meta precisa. Camminava con la testa bassa e le mani infilate nelle tasche, completamente assorto nei suoi pensieri. Stava facendo buio, e i locali cominciavano ad accendere le loro insegne luminose, chiassose e invitanti. Probabilmente sua madre si stava preoccupando, avrebbe dovuto cercare un telefono e chiamarla, dirle che era tutto a posto e che sarebbe tornato di lì a poco. Poveretta, ancora non si era ripresa dalle fatiche dei due anni precedenti, e lui si stava comportando ancora una volta da stronzo…

Chissà per quale motivo, pensò, ho questa capacità di essere una testa di cazzo con le persone che più mi… amano, stava per dire, ma l’immagine di Kogure si materializzò davanti ai suoi occhi e lui non riuscì a completare la frase, nemmeno nella sua testa. "Kogure" e "amore" erano due parole che proprio non potevano stare vicine. C’era una cosa che gli rodeva il cervello da quando Kogure si era esibito in quella assurda scena: aveva fatto, o detto, qualcosa che il quattrocchi aveva interpretato come una specie di… invito? C’era la possibilità che lui, Mitsui Hisashi, potesse essere scambiato per… uno di quelli, come aveva detto a Rukawa?

Era talmente preso dai recenti eventi che non si accorse dalla figura massiccia davanti a lui fino a quando non gli rovinò addosso.

"Merda! Guarda dove vai, ragazzino…"

Mitsui sollevò la testa. Conosceva quella voce roca…

"Tetsuo?"

"Mitsui? Cazzo, atleta, è una vita che non ci si vede!" disse Tetsuo squadrandolo dalla testa ai piedi, il solito ghigno stampato in faccia. Aveva una ragazza aggrappata al braccio, che stava fissando Mitsui con occhi neri e curiosi. Il ragazzo provò una strana sensazione nel rivedere il vecchio amico. Quando frequentava Tetsuo e la sua banda, le cose erano sempre molto chiare, i confini netti e precisi. Questo è bianco, quello è nero… poche menate e andiamo tutti d’accordo. La vita ai tempi di Tetsuo era molto più semplice, e gli amici non ti colpivano a tradimento.

"Che ci fa un bravo ragazzo in giro a quest’ora, in un quartiere equivoco come questo?" chiese accendendosi una sigaretta.

"Mah, sai com’è… il richiamo della foresta", sghignazzò Mitsui.

"Ti fai un giro con noi?"

"Perché no?" Già, perché no? Magari una serata con Tetsuo poteva servire a far tornare le cose nella giusta prospettiva.

I tre ripresero a camminare facendosi largo tra la folla, che a dire il vero si scansava più che rapidamente al passaggio di Tetsuo. Tra una frase e l’altra Mitsui lo guardava di sbieco, stupendosi di come in lui fosse percepibile un certo cambiamento. Era sempre il solito Tetsuo, con la stessa voce roca e lo stesso linguaggio volgare; aveva lo stesso look di allora, capelli lunghi e tutto il resto, ma il tutto appariva in qualche modo "nuovo". Gli occhi, pensò Mitsui. Sono quelli a essere diversi. La ragazza la suo fianco non aveva parlato molto, continuava a tenerlo per mano silenziosa, come se avesse paura di perderlo. Si ricordava bene di lei, e non poteva essere diversamente (*).

"Ti avverto, a Namiko sei mancato molto…", ridacchiò Tetsuo a un certo punto, mentre si avvicinavano a un gruppetto di persone sedute sul marciapiede nei pressi di un locale del pachinko. Avevano delle lattine di birra in mano e diversi barattoli vuoti ai loro piedi. Mitsui sentì l’impulso di andarsene, ma si forzò a rimanere.

"Non ci posso credere, quello è proprio Mitsui!"

La ragazza si alzò da terra e corse ad abbracciarlo, cercando subito le sue labbra e baciandolo con passione. Mitsui non ebbe nemmeno il tempo di reagire. Namiko era stata la sua ragazza anni prima, ed erano veramente poche le cose che non avevano fatto insieme. Gli si era incollata addosso e sembrava non avere la minima intenzione di staccarsi. Ecco, questo sì che mi piace, si disse Mitsui. Questo è quello che mi ci vuole.

Tetsuo gli passò una lattina di birra, ma lui declinò l’offerta.

"Cosa? Non bevi? Cazzo Mitsui, sei diventato una femminuccia!"

A quelle parole gli occhi del ragazzo si infiammarono. Gli strappò la lattina di mano e bevve un lungo sorso, tutto in un fiato, strabuzzando gli occhi quando il liquido gli scivolò in gola. Tetsuo scoppiò a ridere e lo stesso fece Namiko, che nel frattempo gli aveva allacciato le braccia ai fianchi. Mitsui scosse forte la testa e rise forte a sua volta, ma senza sincerità. Quello non era più il suo posto, né fisicamente né mentalmente. Non aveva senso quello che stava facendo, lo avvertiva chiaramente, ma adesso era ciò di cui aveva bisogno… ancora una volta.

Cazzeggiò un po’ con gli altri del gruppo, lasciando che Namiko gli tormentasse i capelli e il lobo dell’orecchio con quelle dita affusolate che sapevano sempre in quale punto stuzzicare, fino a quando lei non gli propose di allontanarsi un attimo e cercare un posto più "appartato". Si alzarono e si infilarono nel vicolo poco lontano, e Namiko lo addossò al muro e cominciò a baciarlo, strofinando l’inguine contro il suo in un movimento più che esplicito. Appoggiò le labbra al collo di Mitsui e succhiò forte, facendolo quasi gridare.

"Ma sei scema?" disse Mitsui scostandola.

"Così questa volta non ti dimentichi di me, Sashi-kun."

Lui sorrise, e riprese a baciarla. Affanculo Kogure, Akagi e Rukawa… affanculo tutti. Questo gli piaceva, questo e basta.

***

Quando riemersero dal vicolo, ad aspettarli trovarono solo Tetsuo e Arashi, appoggiati al muro. Gli altri si erano defilati in giro per locali, seguendo la procedura standard del venerdì sera. Mitsui si sentiva vagamente imbarazzato, e abbassò lo sguardo. Namiko trillò qualcosa a proposito di birre e si allontanò da loro, voltandosi un istante verso Mitsui e lanciandogli un bacio. Arashi salutò Mitsui e la seguì, lasciandolo solo con Tetsuo.

"Forse dovresti tornare a casa", disse lui fissando un punto davanti a sé, l’eterna sigaretta tra le labbra. Mitsui lo guardò con un’espressione interrogativa. Tetsuo gli stava forse per fare la predica? Quel Tetsuo? Pazzesco!

"Credevo avessi capito che scappare non è una buona soluzione." Si girò e lo fissò diritto negli occhi. "Ti facevo più intelligente, Mitsui."

"E io ti facevo meno rompicoglioni, Tetsuo", sbottò il ragazzo distogliendo lo sguardo.

"Fa’ come ti pare. Non sono mica cazzi miei…" Buttò a terra la sigaretta e la schiacciò con la punta della scarpa.

"Aspetta, dove vai?"

"Arashi mi sta aspettando alla moto. Ci si vede, Mitsui…"

Mitsui lo guardò allontanarsi completamente sbigottito. Credevo avessi capito che scappare non è una buona soluzione…Ma tu guarda se doveva essere quell’idiota di Tetsuo a farmi un discorso del genere… Si passò le mani sulla faccia e si avviò verso la metropolitana. Ma prima doveva trovare un telefono, e chiamare sua madre.

***

Erano ormai le dieci e mezza quando sbucò fuori dal sottopassaggio e prese la via di casa. A metà strada si trovò vicino all’abitazione di Kogure, e senza neanche rendersene conto si fermò, osservò le luci accese al secondo piano, entrò nel cortiletto e suonò il campanello. Il rumore squillante lo scosse dal torpore. Mitsui guardò il pulsante, poi il suo dito e poi la porta, che si stava aprendo. Cazzo, lo aveva fatto davvero. E adesso? Poteva filarsela subito, non lo avrebbero mai riconosciuto, non sapeva neppure perché avesse suonato, e invece le sue gambe si rifiutavano di muoversi.

Dallo spiraglio della porta intravide una figura maschile che lo osservava.

"Ehm… buonasera…"

La porta si aprì del tutto, e un ragazzo piuttosto alto rispose con un gelido: "Buonasera. Non è un po’ tardi?" Il fratello di Kogure, Yusuke.

"Ehm… io…"

"Se cerchi Kiminobu non c’è."

"Ah. No, io…" Non c’è? Ma figurati, e dove può essere a quest’ora? Pensò ad Akagi, e poi a Rukawa. Ai loro sguardi, alle loro parole che non ne volevano sapere di lasciarlo in pace. Lo stomaco gli si annodò, e non a causa della birra cui non era più abituato. 

"Tu sei…" Yusuke fece schioccare le dita nell’aria, cercando di ricordarsi il suo nome.

"Mitsui." rispose lui.

"Ah, già," annuì lentamente il ragazzo. "Mitsui Hisashi, vero?" Era chiaro, lampante anzi, che sapeva benissimo chi era. Mitsui lo conosceva solo di vista, ma evidentemente lui sapeva molte più cose sul suo conto, e si stava divertendo a prenderlo per il culo.

Yusuke osservò il suo viso e fece scorrere gli occhi prima sui suoi abiti spiegazzati e poi sul suo collo, soffermandosi sul segno scarlatto che Namiko gli aveva lasciato poche ore prima. Mitsui si coprì con la mano, arrossendo come uno stupido, e lui sorrise ironico, come a dire questo falso pudore è ridicolo, caro Mitsui….

"Devo dirgli che sei passato?"

"No, no… non era importante…" Mitsui girò sui tacchi e si allontanò, dandosi mentalmente del cretino: che cosa credeva, presentandosi a casa di Kogure nel cuore della notte? Che lo avrebbero accolto a braccia aperte?

"Aspetta!" Yusuke era uscito di casa e lo aveva raggiunto in mezzo al cortile, afferrandolo per un braccio.

"Stà lontano da mio fratello, hai capito? Non voglio mai più vederlo in quello stato." Aveva gli occhi dello stesso colore di Kogure, un bel castano morbido, ma non portava gli occhiali e soprattutto non aveva la stessa corporatura minuta, né tantomeno la stessa espressione pacata. Faticava a trattenere la rabbia e non si curava di nasconderlo. "Stà lontano da lui", ripeté tra i denti. Mitsui si divincolò dalla stretta con uno scatto e lo fissò in viso.

"Tutti vi preoccupate per il povero, piccolo Kogure, ma non ve ne frega un cazzo di come mi sento io… Non l’ha obbligato nessuno, ha fatto tutto di sua iniziativa, e adesso non gli va bene come girano le cose… è un po’ comodo, non credi?"

Il fratello di Kogure socchiuse gli occhi e si avvicinò ancora di più. "E come ti senti, Mitsui? Avanti, sentiamo…"

Mitsui strinse le labbra e non rispose. Come poteva spiegare a lui quello che non riusciva a chiarire nemmeno a se stesso? La sua mente stava andando in corto circuito, sentiva come un’incontrollabile voglia di mettersi a urlare stritolargli le corde vocali: quella era la quarta… no, la quinta persona della giornata che riusciva a farlo sentire una vera merda. E tutto perché lui non riusciva a spiegare, a far luce sulla confusione che lo aveva attanagliato.

Parole, sempre e solo parole ad avvolgere i sentimenti delle persone in una cortina di nebbia… E adesso era lì, in piedi davanti a un ragazzo serio come la morte e che faticava a trattenersi dal picchiarlo a sangue… alla disperata ricerca di quelle giuste, che ancora una volta però non trovava.

"Come immaginavo… che cazzo ci troverà in te quello stupido…" mormorò Yusuke scrollando la testa e allontanandosi da lui.

"Io gli voglio bene", disse a mezza voce. Yusuke si fermò e girò la testa. "Gli voglio bene, siamo amici da una vita cazzo, ma lui… lui… vaffanculo, non poteva starsene zitto? Lui ha rovinato tutto!" Il ragazzo tornò verso di lui, scurissimo in volto.

"Piantala di fare il bambino, Mitsui. Gli vuoi bene? E allora diglielo. È così difficile? Entra in casa e diglielo. Non aspetta altro, credimi. Ha bisogno di te, come amico prima di tutto."

"Non-ci-riesco." scandì Mitsui esasperato.

"E allora sei solo uno stronzo." Yusuke lo lasciò in quel modo, raggiungendo la porta a passi rapidi e chiudendosela alle spalle. In mezzo al cortile, Mitsui rabbrividì un istante e sollevò lo sguardo. Al secondo piano, una tendina si chiuse lentamente.

 

Nota(*): la ragazza è Arashi, la protagonista della mia Half-way from everywhere insieme a Tetsuo!^^

Parte 05

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