Luglio 2003
Le strade a volte si dividono, che ci piaccia o no. Gli amici cambiano, o magari siamo noi a farlo: alla fine non fa differenza.
Da una celebre immagine dell'artbook e dal capitolo 186, una piccola storia rimasta a lungo nel cassetto e dedicata a un personaggio che ho molto amato.
Racconta una cosa semplice e complessa come l'amicizia… o almeno questa era l'intenzione.
Buona lettura,
Stella

Dissolvenza
di Stella

La foto gli era finita tra le mani svuotando un cassetto della scrivania, mentre preparava il trasloco. Era rovinata, con gli angoli slabbrati e una crepa che l'attraversava da un lato, senza tuttavia deturpare nessuno dei volti delle persone ritratte. Una cosa curiosa, sembrava quasi una forma di rispetto verso la magia del ricordo, che infatti era rimasta identica e lo aveva risucchiato di colpo.

Dieci anni.

Un sacco di tempo, pensò rigirandola tra le dita.

Guarda che facce da stronzetti che avevamo…

Se lo ricordava bene il giorno in cui l'avevano scattata, e ricordava ancora meglio la ragazza che due anni dopo gli aveva regalato quella copia, poco prima di andarsene da Kanagawa, in una busta rossa con sopra i kanji del suo nome tracciati con un grosso pennarello nero. C'era anche lei nella foto, che sbirciava da dietro la spalla con quella buffa espressione.

"Tienila tu", gli aveva detto abbracciandolo. "E ogni tanto pensami."

L'aveva fatto, molto più di ogni tanto, però aveva anche fatto sparire la foto perché aveva sì fissato un momento perfetto, le promesse che ne erano seguite e molte altre cose, eppure non era stata in grado di raccontare la più importante di tutte, e cioè come e perché erano finiti in mezzo al gruppo, proprio loro che non c'entravano niente…

***

Era ancora primavera ma il cielo sembrava quello dell'estate più calda, e come sempre il gruppo non aveva avuto bisogno di mettersi d’accordo. Il primo ad arrivare era stato Takamiya, che per ingannare l’attesa aveva decorato di pittoresche alitate il vetro del locale. Come da copione Okusu e Noma lo avevano raggiunto poco più tardi e alla fine erano arrivati anche Mito e Sakuragi, camminando a passi lenti e strascicati, le mani piantate nelle tasche e gli occhi socchiusi a ripararsi dai raggi pungenti del sole. Nel tragitto, i due avevano stabilito l’assoluta necessità dell’acquisto di occhiali scuri che, oltre a proteggere la vista del nuovo genio del basket, avrebbero senza dubbio fatto la loro parte con le (eventuali) ragazze. Fermi davanti al pachinko, i cinque stavano tentando di organizzare al meglio il solito rito domenicale, fancazzismo a oltranza, quando si era materializzato un diversivo tanto insolito quanto sorprendente: la scimmia del Kainan e il suo domatore, alias Kiyota Nobunaga e Shin’ichi Maki.

A parte lo scontato e imbarazzante siparietto tra Kiyota e Sakuragi, che gli altri avevano sopportato a metà tra il divertito e il rassegnato, quando il capitano del Kainan aveva accennato alla "Stella di Aichi" e al campionato Nazionale l’espressione di Sakuragi era cambiata, e lo stesso era accaduto a quella dei suoi amici e di Mito in particolare, i cui tratti si erano deformati in una impercettibile smorfia amara. In un certo senso aveva odiato Maki e le sue poche parole, quel ti va di unirti a noi che sembrava buttato lì a caso, una frase neutra eppure calibrata al punto da stuzzicare la curiosità e l’egocentrismo chiassoso di Sakuragi. Era stato il tono di voce, quello basso e solido di uno abituato a farsi obbedire senza troppa fatica? O lo sguardo, distaccato e quasi ironico, di sufficienza? In ogni caso, Maki era riuscito in pochi minuti a domare Hanamichi… e forse Takamiya, una volta tanto, era stato il più perspicace di tutti nell'affibbiargli quel soprannome offensivo.

Alla fine il rosso aveva seguito i due del Kainan, coprendo di insulti la sedicente "stella" e chiedendo a un furioso Kiyota i soldi per il biglietto del treno. E, per la prima volta da anni, aveva abbandonato a se stessa la gloriosa Armata.

Mito, Takamiya, Noma e Okusu li avevano guardati allontanarsi e poi, orfani del loro elemento di punta, erano finalmente entrati. Ancora una volta Takamiya era stato il primo a dare il buon esempio colonizzando una delle macchinette del pachinko, le chiappe incollate alla sedia e gli occhi allo schermo. Per qualche tempo c’era stato solo il rumore ritmico e ipnotico delle biglie di ferro lungo traiettorie caotiche e improvvisate, poi Noma aveva dato voce ai pensieri di tutti.

"Uffa… Ormai anche Hanamichi ha completamente perso la testa per il basket."

Mito si era accorto subito di quel particolare, la scelta del nome proprio e non il solito Sakuragi. Takamiya e Okusu non si erano fatti pregare e avevano rincarato la dose buttandosi nella presa per il culo, l’atleta famoso che non aveva più tempo per i comuni mortali, ma a nascondere la delusione non erano poi troppo bravi.

Gli occhi fissi allo schermo, Mito aveva sentito la propria voce uscire lenta, quasi stesse masticando le sillabe.

"Comunque, devo dire che sembra piuttosto divertente. Il basket, dico."

Ancora il rumore delle biglie, forte nelle sue orecchie, a coprire un suono più leggero e sottile ma ugualmente fastidioso che gli rosicchiava la base del collo. Gelosia? No, la gelosia era per Mito un sentimento troppo banale, una parola troppo stupida, buona solo per sfottere.

Invidia, allora? Ecco, questa invece lo spaventava, perché era una parola molto crudele… e tremendamente vera. Invidia, certo. Perché adesso Sakuragi era un divo, la gente si voltava a guardarlo quando attraversava i corridoi del liceo e alcune ragazze si davano di gomito e ridacchiavano tra loro, anche se lui era troppo preso da Haruko per accorgersene. Ma non era nemmeno questo, non era il suo successo a dargli fastidio. Era qualcosa di più profondo, che faceva pressione su punti nascosti e inaspettati. Era l'improvvisa esplosione del suo talento? Sì… perché tutto a un tratto Sakuragi era migliore di lui. Fino ad allora tra loro non c'erano state differenze e anzi, in un certo modo si era sentito sempre un passo avanti. Più adulto, Mito, più responsabile, più forte, e Sakuragi sembrava avere bisogno di lui. Come quando si era preso la colpa della rissa in palestra. Un bel gesto, avevano pensato tutti, e perfino Mito ci aveva creduto per un po', mentre si stringeva nelle spalle parlando con Haruko e fingendo un distacco che era ben lungi dal provare.

Il gesto di un amico vero. Già.

"E se invece non l'avessi difeso?" pensava sempre più spesso. E se Sakuragi e gli altri fossero stati sospesi… se il club di basket si fosse sciolto… se… se… Si chiedeva se sarebbe rimasto tutto uguale. La mitica Armata, i pomeriggi al pachinko, le risse, il perdersi dentro giornate sempre identiche, tutti insieme a condividere le stesse emozioni e la stessa vita… Magari era noioso o addirittura deprimente, sotto certi punti di vista, e allora avrebbe dovuto essere contento per Sakuragi, per la gioia fanciullesca e contagiosa che gli illuminava il viso ogni volta che parlava di quella stupida palla a spicchi, ogni volta che si accapigliava con Rukawa, ogni volta che si beccava i rimproveri del Gorilla, ogni volta che usciva dallo spogliatoio e si metteva a blaterare della fantastica azione che era riuscito a concludere…

L'amicizia era questo, no?

Invece… Invece Mito lo stava a sentire e sorrideva in silenzio, le labbra si curvavano verso l'alto ma non raggiungevano gli occhi. Le spacconate lo irritavano, le risate acute ferivano le sue orecchie e sempre più spesso si trovava a inventare una scusa per andare a scuola da solo, al mattino. La verità era che, a partire da quel suo gesto, da quel suo assumersi la colpa nell'ufficio del preside, le loro strade si erano divise e Hanamichi aveva cominciato ad allontanarsi, come un palloncino che sfugge di mano in una giornata di vento, e tutto quello che Mito poteva fare era rimanere a fissare il cielo, con il palmo proteso verso l'alto. Seguirlo con gli occhi fino a vederlo scomparire oltre le nuvole, confondendosi con il sole.

Solitudine. Invidia e solitudine. Brutte bestie, di quelle che banchettano col cervello senza lasciare neanche una briciola, e poi passano al cuore. Che trasformano un caldo pomeriggio assolato in un mantello di nebbia subdola e densa.

Fu Takamiya a scuoterlo da quella spirale di pensieri cupi. A dire la verità il suo grido fece tremare l'intero pachinko, e tutto per un pacchetto di fazzoletti di carta con sopra quell'assurda rana con gli occhi sbarrati. In quel momento l'invidia per Sakuragi, in viaggio verso Aichi con Maki e Kiyota, fu quasi accecante.

Fu quasi odio.

Perché Sakuragi parlava un'altra lingua ormai, era lanciato verso un nuovo e di certo migliore universo, mentre lui era inchiodato su quella sedia di plastica, un giorno dopo l'altro, e non c'era alcun talento cui fare appello, e dunque non c'era possibilità di scelta. Sarebbe rimasto un passo indietro, per sempre.

***

"Lo usi quel secchio?"

"Eh? No…"

"Allora passamelo, che ci rovescio la spazzatura."

Le allungò il recipiente con fare svogliato e riprese a strofinare il pavimento dell'aula. Questa era una cosa che gli stava davvero sulle palle, non c'era niente che odiasse di più dell'intero sistema scolastico, nemmeno quella ridicola regola sul taglio di capelli. Se non puliva neppure la sua, di stanza, per quale cazzo di motivo doveva sprecare un pomeriggio al mese per rassettare una classe di venticinque stronzi? E come se non bastasse, gli capitavano sempre turni con gente impossibile. Noma non faceva un cazzo e Takamiya s'impegnava ma era assolutamente negato e sporcava invece di pulire, mentre le femmine mettevano su quell'aria da casalinga efficiente e lo bacchettavano al minimo errore.

E adesso… adesso gli era toccata la sfinge. L'amica di Haruko, Fuji. Con quell'espressione sempre seccata, quegli ordini camuffati da richieste e quell'aria di sufficienza che non si curava di nascondere quando seguivano le partite dagli spalti. Di bello aveva che non eri obbligato a fare conversazione, perché tanto rispondeva sputando monosillabi come "sì", "no" e poco altro. Questo poteva anche essere un vantaggio, e lo era di sicuro ogni volta che ripensava al turno di pulizia con Yamada, che l'aveva rincoglionito di risatine stridule e chiacchiere assurde.

Quando finirono portarono stracci e spazzoloni nello sgabuzzino in fondo al corridoio e rientrarono in classe per recuperare le cartelle, poi si avviarono verso l'uscita e si salutarono con un banale "ciao" prima di separarsi e raggiungere i rispettivi armadietti. Erano appena le tre, ma nel cortile dello Shohoku non c'era nessuno ad aspettarlo. Con un sospiro Mito si mise a sedere sugli scalini e sfregò le suole contro la ghiaia, sollevando grigie nuvolette di polvere.

"Beh, i tuoi scagnozzi ti hanno piantato in asso?" disse la voce alle sue spalle.

"Potrei farti la stessa domanda", rispose lui alzandosi in piedi senza voltarsi. "Come mai le tue amichette non ci sono?"

Fuji scese i gradini e cominciò ad allontanarsi ma, mentre seguiva con gli occhi le oscillazioni della sua gonna, Mito la sentì rispondere.

"Matsui ha un'interrogazione domani ed è scappata a casa… Haruko non so. Non la vedo da giorni…" Fuji si girò a guardarlo. "Starà organizzando il viaggio a Hiroshima", concluse secca.

"Ah, già… Hiroshima", commentò laconico. "Il campionato Nazionale…"

"Onore e gloria al liceo Shohoku, dico bene?" continuò lei piegando la testa di lato, in un movimento che scoprì il lobo dell'orecchio e fece scintillare un piccolo brillante.

"Mi sbaglio o c'è una leggera vena di ironia nella tua frase?"

L'improvvisa loquacità di Fuji lo spiazzava.

"Mah, appena un filo… vuoi la verità?" Fece una breve pausa mentre spostava la cartella da una mano all'altra. Mito indietreggiò d'istinto, quasi dovesse schivare un colpo in arrivo, ma nonostante questo le parole di Fuji lo presero comunque di sorpresa, buttate fuori come un pugno in pieno stomaco.

"A me del basket non me ne frega un cazzo."

"E allora com'è che non ti perdi una partita?"

"E tu, com'è che non te ne perdi una?"

***

"Ci sono momenti in cui la odio", disse Fuji tra i denti. "In cui prenderei a sberle quel suo faccino da ingenua, sperando di farle capire almeno un po' come mi sento."

Buttò giù l'ultimo sorso di Coca e accartocciò il bicchiere nel pugno. Seduto di fianco a lei, Mito s'infilò in bocca una manciata di patatine e non rispose, ma allungò la schiena sulla panchina e si lasciò avvolgere dal tepore del sole. Si era tolto la giacca dell'uniforme e aveva una mezza idea di levarsi anche le scarpe, ma decise di lasciar perdere. Non era sicuro di indossare calzini senza buchi.

"Non so neanche perché ti vengo a raccontare queste cose…"

"Perché non mi conosci", disse a bocca piena. "Dicono che sia più facile parlare con gli estranei."

Lei fece una smorfia seccata e Mito sollevò la mano libera, sfiorandosi la tempia con l'indice.

"E soprattutto perché non devi essere del tutto normale."

Invece di rispondere, Fuji gli prese il sacchetto dalle mani e lo appallottolò come aveva fatto con il bicchiere, mirò al cestino dei rifiuti e scoccò un bellissimo tiro da tre, centrandolo in pieno.

"Sono molto impressionato, ma vorrei farti notare che c'erano ancora delle patatine dentro…", commentò Mito seguendo la traiettoria del cartoccio con occhi affamati e delusi.

"Oh, scusa. Ma sai com'è, sono nel club di tiro con l'arco… non è la mira che mi manca. Tu in che club sei?"

"In teoria in quello di baseball. In pratica in nessuno."

"Okay", disse lei picchiando le mani sulle ginocchia, "vuoi che ti racconti una storia patetica? Haruko ed io ci conosciamo dall'asilo. Abitiamo a pochi isolati l'una dall'altra e si può dire che siamo cresciute insieme. Come sorelle. Stessi vestiti, stesse passioni, perfino la prima cotta è stata per lo stesso ragazzo. Tranne il basket, certo. Qualche volta lei e suo fratello riuscivano a convincermi a giocare con loro, ma cedevo solo dopo lunghe ed estenuanti trattative. Un'ora di basket per due di Mah-Jong, per esempio… Però era una cosa anche divertente e di certo non un ostacolo. C'era molto altro a tenerci legate. Poi arriviamo allo Shohoku, lei vede Rukawa e da quel momento non esiste altro. O meglio, esistono anche Sakuragi e Takenori, ma non so se mi spiego… è completamente partita."

Mito annuì e attese il seguito.

"Ma non è neanche il basket il problema… insomma, è sempre stato così, era fanatica anche alle medie. E nemmeno Rukawa, che all'inizio piaceva parecchio anche a me e che comunque non se la cagherà mai."

Fuji si passò una ciocca dietro l'orecchio, cercando parole più appropriate. L'orecchino brillò di nuovo, piccolo e discreto. "Non so se sono io a essere cambiata, se è lei o se siamo entrambe… ma sento che adesso le cose sono diverse. È come se all'improvviso fossimo finite su due treni che viaggiano in direzioni opposte e su binari paralleli. Possiamo vederci, possiamo parlarci… ma non riusciamo a raggiungerci. Capisci quello che voglio dire?"

Oh sì… Mito lo capiva eccome.

"Hai presente quando la squadra è andata in ritiro e voi avete aiutato Sakuragi in quegli allenamenti speciali? In quei giorni mi telefonava e non faceva che dirmi quanto era migliorato, quanto era grande, quanto avrebbe potuto fare per lo Shohoku… E tieni presente che, siccome passava le giornate in quel cazzo di palestra, ci vedevamo davvero poco. Io me ne stavo aggrappata al telefono, ascoltavo il suo monologo e facevo qualche commento di circostanza. Poi mettevo giù e mi veniva il magone."

"Perché?"

Fuji si allungò nella stessa posizione di Mito, incrociò le mani sulla pancia e spinse le gambe verso i raggi del sole, rovesciando la testa e chiudendo gli occhi.

"Uhm… questo a dire il vero preferirei non raccontartelo, ma già che ci sono… Un tizio del terzo anno mi aveva appena scaricata. È stato anche gentile, sai? Io ero lì che volevo morire, rossa come la ceralacca che si usa per i sigilli… e lui mi ha detto che era lusingato ma che gli piaceva un'altra e quindi non poteva accettare."

Fuji parlava e continuava a tenere gli occhi chiusi. La voce le usciva di gola, profonda e lenta.

"Poteva essere umiliante, invece è stato solo triste. Però non avevo nessuno a cui raccontarlo, perché per Haruko in questo momento ci sono solo il campionato nazionale, Sakuragi e Rukawa… Anzi, facciamo Rukawa e basta."

Girò la testa verso Mito e aprì gli occhi, scoprendo che il ragazzo stava osservando il suo profilo, le sopracciglia aggrottate e la guancia appoggiata sull'avambraccio piegato.

"Non fraintendermi… ne abbiamo parlato, ovviamente. E lei ha seguito la procedura standard: mi ha abbracciata e consolata e mi ha detto un sacco di cose carine… non ha nemmeno insistito perché le confidassi chi era il senpai in questione… Potrei dire che è stata davvero perfetta. Ma in questo caso non sarebbe un complimento."

Mito non rispose e ancora una volta attese il seguito.

"Asettica. Ecco come è stata la nostra conversazione… La stessa che potevo fare con lo psicologo della scuola", disse con un sorriso triste.

Quando si erano salutate Haruko le aveva detto qualcosa tipo chiamami se hai bisogno, ed era probabilmente sincera mentre le stringeva le mani… ma il fatto era che era una balla. Lei aveva bisogno, qui e ora, e la sua migliore amica non c'era. In compenso, sedeva di fianco a un tizio con cui nel corso dell'anno aveva scambiato sì e no due frasi e che credeva un perfetto idiota. Gli stava parlando senza falsità e senza timori, di cose molto personali, e di veramente pazzesco in tutto questo c'era che lui stava ad ascoltarla, sul serio e con attenzione.

"Vuoi sapere invece come ho conosciuto Sakuragi? Al doposcuola delle medie, quello dove mandano i teppistelli e i ritardati che devono recuperare i voti negativi", bisbigliò Mito. "E anche Noma e gli altri, tutti nella stessa banda. Passavamo i pomeriggi a fare casino e a inventare modi per ottenere il minimo risultato con il minimo sforzo. Ed eravamo piuttosto bravi", aggiunse ridendo a mezza voce. "Avere la fama di teppista non è poi così male… ci si fanno un sacco di amici."

Si sollevò a sedere e appoggiò i gomiti sulle ginocchia, lasciando ciondolare le mani nel vuoto. Era vero. Non ricordava giornate migliori di quelle trascorse al doposcuola, dove a contare era paradossalmente quanto bassi erano i tuoi voti, se avevi già provato a fregare qualcosa in un minimarket senza farti beccare e roba del genere. Anche se si era sempre sentito un po' fuori posto, e incontrare Hanamichi era stato come trovare mille yen in mezzo alla strada: un gran colpo di fortuna. Reciproca, si era convinto, e invece la vera fortuna di Sakuragi erano stati lo Shohoku e il basket.

"Anch'io a volte lo odio. Lo ascolto parlare e mi verrebbe da frantumargli la faccia. Le cose che dice, come le dice… I suoi nuovi amici, cazzo… Ma non è colpa sua. In realtà è colpa mia. Non riesco ad accettare il cambiamento, anche se sapevo che sarebbe successo. È troppo rapido," disse quasi a se stesso. "Vorrei avere più tempo… più parole…"

"Lo so… non è colpa di nessuno, credo. E in ogni caso non fa alcuna differenza, perché fa male, vero? Come un tradimento."

"Già." La guardò di nuovo in viso. "Comunque l'importante è saper incassare il colpo e limitare i danni."

"Uhm… ma tu gli hai parlato?"

"A Sakuragi? Cazzo, no. Che cosa gli dovrei dire? Che mi sta lasciando solo? Che mi manca? Come minimo mi darebbe del finocchio", disse serrando le labbra. "Scusa Fuji… ma sul serio, che senso avrebbe?"

Fuji non rispose, perché Mito aveva ragione. C'erano cose che andavano semplicemente capite, sentite o perlomeno intuite. Non aveva senso dirle, non era come fare una traduzione dall'inglese o risolvere un'equazione e far combaciare i dati, x uguale a y. Metterle sulla carta o dar loro voce, anche gridando, non sarebbe servito a cancellare la paura del cambiamento e ad addolcire lo smarrimento della separazione. Vorrei avere più parole, aveva detto Mito. Sapendo benissimo che tutti i vocabolari di tutte le lingue del mondo non sarebbero stati sufficienti se l'altro non ti stava ad ascoltare, se non immaginava neanche lontanamente quello che stava succedendo.

Rimasero in silenzio mentre il cielo iniziava a tingersi dei colori del tramonto. Soffiava un vento leggero, che rendeva il rumore delle foglie sopra di loro un mormorio incessante, simile a quello delle onde del mare o della pioggia di certi pomeriggi. L'azzurrò sfumò nel rosa e poi nell'arancio, il sole tagliò il cielo con violente striature dorate e cominciò a immergersi lento e circospetto nel mare, come un bagnante che teme il gelo dell'acqua.

"Sei un tipo interessante, Fuji…" disse Mito alzandosi in piedi.

"Certo, come no", replicò lei imitando il suo gesto e raccogliendo la cartella da terra.

"Guarda che non ci sto provando… te l'immagini che coppia ridicola saremmo? Il migliore amico di Hanamichi e la migliore amica di Haruko…" disse allargando le braccia e stiracchiandosi pigro.

Fuji sorrise e gli allungò un colpo sul torace col dorso della mano.

"Idiota, lo so che non ci stai provando. Anche perché di noi tre non sono io quella che t'interessa…" replicò guardando le foglie sopra di loro.

Mito rimase un istante bloccato in una buffa posizione da crocefisso, lo sconcerto dipinto sul viso e incapace di pensare a una risposta che non fosse offensiva o non tradisse il vero di quella frase abbozzata così, nel silenzio del parco. Poi soffiò l'aria fuori dai polmoni e si mise a ridere, ed era la prima risata sincera che gli usciva da parecchio tempo.

"Ritiro tutto quello che ho detto, Fuji. Sei semplicemente una stronza. Piuttosto… lo conosco, questo tizio del terzo anno?"

"Certo. Tutta la scuola lo conosce. È molto alto, molto grosso e gioca a basket. Vuoi il numero di maglia o ci arrivi da solo?"

Mito rise di nuovo e lei si strinse nelle spalle. Non c'era davvero nient'altro da aggiungere.

"E allora, ci vai a vedere il campionato?" disse lui infilandosi la giacca dell'uniforme.

"Non ne ho idea. Tra l'altro il biglietto costa un pacco di soldi…" Fuji fissò un punto dietro le spalle di Mito e batté le palpebre un paio di volte, poi riportò gli occhi nei suoi e girò la domanda: "E tu?"

Lui lasciò slacciati gli ultimi bottoni e ricambiò quello sguardo caldo e malinconico.

"Non ne ho idea…" fu l'identica riposta.

Ma sapevano entrambi che ci sarebbero andati. E ancora una volta avrebbero inghiottito la rabbia e avrebbero sorriso, lei ad Haruko e lui ad Hanamichi. Avrebbero preso posto in tribuna, in prima fila, e avrebbero tifato fino a consumarsi le corde vocali e a spellarsi le mani, e nella remota ipotesi di un trionfo dello Shohoku avrebbero pianto di gioia e invaso il campo, gridando e saltando come pazzi furiosi. E magari sarebbero riusciti perfino a farsi immortalare nella foto ufficiale.

In fondo l'amicizia è questo, no?

***

Crediti: I personaggi di Slam Dunk sono © di Takehiko Inoue: il tempo passa, la magia resta intatta.
Un grazie a Stephen King e al suo
The Body, pubblicato in Italia da Sperling&Kupfer nella raccolta "Stagioni diverse".

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stellametista@yahoo.com

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