Senza chiedere perché

A volte si sorprende assorto nel nulla, gli occhi inchiodati a fissare l’infinito dilatarsi davanti a sé. Nel suo sguardo, in queste occasioni, c’è una tale intensità di cui la sottile ruga sulla fronte non è che un miserabile, superficiale segno rivelatore.

Sembra, con gli occhi, voler abbracciare l’intera vastità non solo del cielo, ma anche degli alberi, degli edifici, dei suoni e degli odori oltre il muro, che senza sosta si abbattono su di lui, sui suoi sensi.

Un tizio che è qui da un po’ gli ha detto che, nascosto da qualche parte in tutta quella vita a loro proibita, c’è un codice in grado di far comprendere il significato delle cose, delle emozioni. E stringendo in mano un ridicolo talismano ha aggiunto che, se anche lui si impegnerà per scoprirlo, tutto sarà più semplice, tutto gli apparirà in un trionfo di luminosità e chiarezza.

Sono tutte cazzate, solo cazzate.

Patetiche menate da rinchiusi, da disperati.

Non ci sono codici, non ci sono parole magiche, non c’è un bel cazzo di niente. Solo le sbarre, solo un dentro e un fuori. Penosamente uguali.

Di lei non sa nulla da tempo. Non ha chiesto a nessuno, e nessuno peraltro gli ha portato notizie. Fuma di più, adesso, le sigarette sono le sole a dare una parvenza di senso alle giornate. Una ogni mezzora, giusto per scandire il passare dei minuti. Non ha mai capito il concetto di astinenza finché non gli hanno cacciato un tubo in gola per alimentarlo e aiutarlo a respirare. In ospedale, nel dolore feroce che gli attraversava il corpo aveva continuato a pensare, sempre, alle labbra che si chiudevano sul filtro e alla prima boccata, l’unica che valesse davvero la pena tirare.

Adesso, ha il coraggio di ammettere a se stesso di averlo fatto per non pensare a quelle di lei che si chiudevano sulle sue e al suo corpo che si apriva per lui, umido e caldo.

Perché?

Odia questa parola, una domanda che è qualcosa di più, che chiama sempre una spiegazione, anche quando spiegazioni non ce n’è.

È finita, qualunque cosa fosse stata se n’è andata, per sempre. Ma non può fare a meno di chiedersi se c’era mai stato un momento in cui l’aveva intuito, se non proprio capito. In cui il futuro si era manifestato per un attimo, quasi un tremolio nell’aria.

Tetsuo si accende una sigaretta. Un’altra mezzora è passata. Fuori e dentro, dentro e fuori, il fumo come la vita. Penosamente uguali, appunto.

***

La ragazza entra nel caffè ogni giorno, alla stessa ora. Siede sempre allo stesso posto e ordina sempre la stessa cosa, un tè verde al gelsomino che poi non beve. Appoggia la cartella sul tavolo, tira fuori un lettore cd portatile e un blocco per appunti e rimane immobile, a scrivere e ad ascoltare. Alla stessa ora, ogni giorno, si alza, paga il conto ed esce.

Va avanti così da un mese.

Tutti si chiedono chi sia, ma nessuno ha il coraggio di avvicinarsi e domandarlo ad alta voce. Qualcuno ci ha provato, chi con fare strafottente e chi tentando un approccio serio, ma hanno entrambi ricevuto come unica risposta uno sguardo nero come l’inchiostro e completamente impenetrabile. Hanno rinunciato a farla parlare, ma non a sapere qualcosa di lei. Che cosa scrive, per esempio. Racconti? Un diario? Magari fa i compiti per il giorno dopo, ridacchia qualcuno, come una brava studentessa. E la musica, che musica sarà? A volte la vedono muovere leggermente la testa o battere il ritmo con un piede, senza sollevare lo sguardo dalla carta.

Arroccata tra la carta e le note, Arashi sta ridendo, piangendo, cantando, correndo, fumando, viaggiando... Attraverso quei fogli di carta sta raccontando a Tetsuo la suo vita, i suoi giorni uno dopo l'altro, nella loro splendida banalità. Da un mese non fa altro, con tutta la forza che scorre in quel suo corpo minuscolo, perché vuole che lui la ascolti. Ogni giorno gli scrive tonnellate di parole, che spedisce senza neanche rileggere. Non ha mai ricevuto risposte, ma quelle lettere non le sono nemmeno mai tornate indietro chiuse, "respinto al mittente".

È un buon segno? A lei piace pensare di sì.

***

La prima lettera arriva in un pomeriggio normale, apatico come gli altri.

"Posta per te", dice il secondino consegnandogli la busta già aperta. Abbozza un sorriso, immagina sia dell’avvocato. Invece legge i kanji e rimane immobile un istante, i lineamenti fermi. L'unica cosa che pensa, e che non dimenticherà mai, è che di solito le ragazze non hanno una calligrafia così rozza.

Le altre si susseguono a ritmo regolare, una ogni due giorni. In uno sprazzo di creatività gli ha perfino spedito una cassetta, in cui ha registrato i pezzi più disparati: dalla Midnight hour della sera in cui si sono conosciuti fino a Freelove. Nella lettera che l’accompagna, Arashi gli spiega che è stata molto in dubbio, ha pensato di incidere anche la sua voce, una sorta di commento iniziale, ma poi ha lasciato perdere e ha optato per altri brani.

Tetsuo rigira la custodia tra le mani, legge i titoli sulla copertina e scorrendoli aggrotta le sopracciglia. Se c'è una traccia da seguire, lui non la trova, però le canzoni sono belle e gli piacerebbe ascoltarle, specialmente quelle che non conosce.

Probabilmente la traccia è tutta lì, in quelle parole scritte da altri mescolate alle sue. E pensa che un codice, magari, esiste davvero.

***

È quasi inverno quando Arashi trova una lettera respinta al mittente, l'ultima che gli ha spedito. Suo padre l'ha appoggiata sul tavolo della cucina, bene in vista.

"Probabilmente è uscito," le dice entrando nella stanza.

Arashi annuisce piano, non sa se e come rispondere.

"Hai intenzione di rivederlo?"

Non è un'accusa, non è aspra la sua voce, non sono freddi i suoi occhi. È solo una domanda, pura e semplice, che merita una risposta altrettanto sincera.

"Sì."

Adesso è il padre ad annuire, e Arashi vede nella sua mano le chiavi della macchina.

"Andiamo?"

È però un viaggio inutile, l'appartamento è sì abitato ma da altri inquilini, che non sanno nulla di Tetsuo. Le cose che c'erano dentro sono state ritirate una settimana prima dall'agente immobiliare. Si morde il labbro mentre il padre si immette lento nel traffico del pomeriggio, senza commentare, senza chiedere, rispettoso del suo silenzio come della sua vita.

Finisce così, Tetsuo?

Perché?

***

Quando Ai le ha chiesto di accompagnarla ha storto il naso, fa freddo e ha sempre odiato andare al tempio il primo dell’anno, tutta quella gente in fila con una stupida moneta stretta nel pugno. Ma la kohai è l’unica ad aver manifestato un minimo di interesse nei suoi confronti, scavalcando la barriera di sospetto e ostilità che l’accompagna ogni volta che mette piede in classe, e così ha accettato, sforzandosi lei stessa di superare la diffidenza. Hanno camminato in silenzio, una di fianco all’altra. È difficile anche per Arashi, che non è più abituata a condividere tempo e parole con altre ragazze, con altre persone, e le frasi le escono stentate, inciampando tra la lingua e i denti.

Si sente come un atleta che riprende a correre dopo mesi, anni di immobilità. Parlare le costa una fatica quasi fisica, ma ad ogni frase va meglio, ogni parola suona più gentile.

"Sei stata a una festa ieri?"

"Sì, certo…"

La kohai si dà mentalmente della stupida, quel "certo" può essere interpretato come scortese, di sufficienza, ma dalle labbra di Arashi arriva un soffio misto a una risata mentre osserva la confusione sul viso della compagna.

"Io invece no, sono rimasta in casa… non amo i posti affollati… o meglio, non amo i posti dove divertirsi è un obbligo e non un piacere."

"Ah… sì… però dipende dove vai, e soprattutto con chi sei…"

"Sì, forse hai ragione… Makimura, senti… che desiderio esprimerai, al tempio?" chiede, ed è una domanda leggera, che scioglie l’imbarazzo. E si stupisce quando si scopre ad ascoltare davvero la risposta, con attenzione.

"Non so… ne ho così tanti!" ride Ai stringendosi nelle spalle. "Ma di sicuro qualcosa su Kitano senpai, per quello che conta… Alla festa… lasciamo perdere." Fa una pausa, poi glielo chiede: "E tu, senpai?"

Arashi si irrigidisce una frazione di secondo, continua a vedere le domande come ingerenze e tentativi di invasione, ma poi solleva gli occhi sul viso di Ai e la vede sorridere incoraggiante, e allora riprende a parlare. "Anch’io ne ho tanti… quasi mi dispiace dover scegliere. Ma fammi un favore, non chiamarmi senpai… preferisco Kawaguchi o anche Arashi, al limite… anche se è un nome talmente del cazzo… ops, scusami!"

Ride, Arashi, divertita dagli occhi sgranati di Ai e dal finto imbarazzo che simula portandosi le mani alla bocca.

"Andiamo, Makimura! Non mi dirai che ti piace il mio nome!"

"Sicuro! Io ho nome che più banale non si può, il tuo invece è bellissimo, terribilmente affascinante… "

"Affascinante? È stupido, ecco cos’è! Un nome del cazzo…" Lascia cadere le ultime parole nel vuoto, mentre precipita indietro nel tempo e riascolta se stessa pronunciarle con voce impastata e rabbiosa.

"E se tu potessi cambiarlo, che nome sceglieresti?" La voce della kohai ha il potere di riportarla al presente, anche se con una domanda che suona strana e assurda, perché ha sempre creduto che certe cose non si possano cambiare, per quanto forte si gridi il proprio desiderio.

"Se io potessi cambiarlo…" Si ferma in mezzo al marciapiede e segue con gli occhi i piccoli fiocchi bianchi che cadono leggeri. Stende il braccio in avanti, un movimento lento e aggraziato, il palmo della mano rivolto verso l’alto.

"Yuki." Sul guanto nero spiccano adesso fragili cristalli bianchi. "Sì, mi piacerebbe chiamarmi Yuki." Vede l’espressione incerta sul viso della kohai, e aggiunge: "Oppure Ai…"

Ridono entrambe, leggere come la neve, e mentre ascolta Ai parlare di questo ragazzo di nome Kitano, Arashi inspira forte il profumo del nuovo anno appena cominciato.

***

"Ciao."

Non ottiene risposta, allora le sfiora la spalla e lei sobbalza, la moneta le scivola di mano e cade a terra. Lui si china a raccoglierla e gliela porge.

Arashi si volta, lo guarda in viso e cerca di sorridere. Non è il freddo pungente a congelarle i lineamenti, è la sorpresa. Di fianco a lei, Ai trattiene il fiato, perché il ragazzo è molto alto e molto, molto grosso. Non è l’unica a sentirsi a disagio, altri della fila lo stanno guardando timorosi. Eppure i lineamenti di Arashi sono distesi, adesso sembra perfino bella. Istintivamente la kohai si allontana, ma non per paura. Le sembra di capire che uno dei desideri di Arashi sia appena uscito dalla lista e abbia fatto il suo ingresso nella realtà.

"Ti ho spaventata?" dice gettando lontano il mozzicone di sigaretta.

"No…" Si ferma, si schiarisce la gola. È una cosa sciocca, ma la voce le trema e non vuole che lui se ne accorga. Quando riprende è molto più sicura, se non altro nel suono. "Solo, l’ultima cosa che immaginavo era incontrarti qui", risponde prendendo la moneta da cinque yen dalla sua mano, ancora ferma a mezz’aria.

Go-yen, perché la richiesta sia più forte. Questo dice la tradizione. Rimangono per un attimo così, a guardarsi negli occhi, scrutando l’uno la reazione dell’altra. Lui non è cambiato molto, sembra forse un po’ più vecchio e i capelli sono forse un po’ più corti, anzi, di sicuro sono più corti, ma il resto è uguale. Quando lei sta per parlare, per vomitare tutto quello che ha tenuto dentro per mesi e mesi, Tetsuo l’anticipa.

"Sai quella cassetta che mi hai mandato?"

Presa in contropiede Arashi annuisce, ne ha una copia identica a casa e l’ascolta spesso. Ma che cazzo c’entra, adesso?

"Non l’ho mai sentita."

È serio e freddo, mentre pronuncia la frase che colpisce Arashi come una lama affilata. In un certo senso se l’aspettava. Le cose non si possono cambiare, no?

"Sei la solita scema, avresti dovuto mandarmi anche un walkman. Come cazzo facevo ad ascoltarla, secondo te?" continua lui.

Arashi spalanca gli occhi, non ricorda di averlo mai visto sorridere. Non con quell’espressione negli occhi, almeno. Lo ha invece sentito ridere più volte, e in quelle occasioni la risata di Tetsuo era sempre ironica, arrogante, strafottente, cinica, minacciosa. Ridere e sorridere sono due cose molto diverse, adesso sembrano averlo capito entrambi. Si sente molto stupida e infantile, e immatura… e felice.

"Ce l’hai un’altra moneta da cinque yen?" continua lui, la voce bassa e roca. Questa invece non l’ha mai dimenticata, ma anche questa adesso suona diversa, appena un po’ più morbida.

"Perché?"

Ancora quella parola odiata, ma questa volta la risposta c’è ed esce dalle sue labbra senza farsi attendere.

"Voglio chiedere un walkman. Sono curioso."

"No, non ce l’ho", dice lei seria. Poi appoggia una mano sul suo braccio, come per accertarsi che Tetsuo sia davvero lì, vicino a lei, in carne e ossa. Stringe le dita attorno alla stoffa, poi scende a prendergli la mano e condensa in un’unica frase e un unico sorriso tutto quello che c’è da dire.

"Ma non fa niente. Ti presto la mia."

Se c'è un motivo trovalo con me
Senza ingranaggi senza chiedere perché.
Dentro i miei vuoti puoi nasconderti,
Le tue paure addormentale con me

 

Finalmente questa fanfic si è conclusa ma preparatevi, Tetsuo sta per tornare! Ed è tanto una promessa quanto una minaccia ^^

Crediti. Essendo un personaggio di Slam Dunk, Tetsuo è come sempre © di Takehiko Inoue. Arashi invece è come sempre © mio. La citazione in chiusura è Dentro i miei vuoti dei Subsonica, che hanno ispirato gran parte di questa fanfic. Quindi, se non vi piace prendetevela con loro ^^

mailto: stellametista@yahoo.com

[Home] [Slam Dunk] [Guestbook]