Settembre/ottobre 2003
Un raccontino che mi porto in testa da tempo, nato da una delle ultime tavole di Gokinjo e da un'espressione di Auymi che non ho mai saputo decifrare del tutto.
Questo è un tentativo.
Buona lettura.

Incontro

Per poco non si sono messi a discutere, nel pomeriggio: lui insisteva per fermarsi allo studio e finire il lavoro, e magari credeva perfino di farle un favore, ma in realtà era lei quella che voleva rimanere a tutti costi, anche se non aveva nulla di così urgente da consegnare.

La festa è più che sufficiente per me, perché non ci vai tu all’aperitivo? Non hai voglia di rivederla?

Questi non sono tuttavia pensieri da esprimere ad alta voce, e d’altra parte ha sempre preferito essere presente ai loro incontri, per quanto rari, così ha fatto buon viso a cattivo gioco ed è salita sul taxi. Ha dato l’indirizzo con voce secca e si è rannicchiata sul sedile posteriore, incrociando le braccia per tenere ferme le mani ed evitare di rosicchiarsi le unghie. A complicare la situazione, però, c’è il fatto che quasi senza accorgersene ha cominciato a ripassare mentalmente ogni singolo dettaglio del suo aspetto, dalle scarpe ai capelli, e per quanto si renda conto che è un atteggiamento stupido, da ragazzina immatura, non riesce a controllarsi. Ansia e insicurezza si attorcigliano e scalciano nello stomaco, all’improvviso si sente come il giorno in cui si era presentata all’Akindo insieme a Yamaguchi e le sembrava di camminare su cocci di vetro.

O come la volta che era piombata a casa di Yusuke e lui le era crollato addosso febbricitante, e per poco non erano rovinati a terra insieme, l’uno sull’altra. Che poi era quello che desiderava da una vita, ma in quel momento si era ritrovata incapace di agire e pensare, al punto che prima di riprendersi era rimasta immobile sulla soglia dell’appartamento per qualche secondo. Era caldo, il corpo di Yusuke, e sebbene nella stanza ci fosse odore chiuso non le era sembrato affatto sgradevole, né le era venuto in mente di aprire le finestre. Gli si era stretta contro e l’aveva guidato piano verso il letto, entrambi in equilibrio precario come una coppia di ubriachi, e poi aveva preparato del riso e lasciato dello yogurt bianco in frigorifero, per quando gli fosse venuta fame. E mentre la sua voce stanca le raccontava di come avesse rotto con Mariko, senza ricamare sui torti o sulle ragioni, lei si era messa a piangere.

Tanto per cambiare.

Nonostante facesse di tutto per trattenerle, le lacrime avevano cominciato a rotolarle lungo le guance insieme a singhiozzi soffocati, e allora lui se n’era uscito con quella frase inutile, "a questo punto sono tuo", senza neanche guardarla in faccia. Ma certo, con lei poteva permettersi di fare battute cretine anche in un momento del genere… non era forse la fedele compagna di classe, quella che non se la prendeva mai?

Dopo aver lasciato l’appartamento si era fermata sul pianerottolo e aveva continuato a piangere, senza più trattenersi ma sempre in silenzio. Aveva risposto a Yusuke che non era così che lo voleva, ma mentiva.

Lo voleva, disperatamente.

Anche sapendo di non essere altro che un ripiego, eppure aveva paura. Non tanto dello spettro di Mariko, perché quello l’avrebbe tormentata per molto tempo ancora: c’erano in lei sex appeal, femminilità e carisma, più un lato dolce e indifeso che si sforzava in tutti i modi di nascondere ma che, consapevole o meno, finiva sempre col mettere in evidenza. Una per cui qualsiasi ragazzo avrebbe perso la testa, insomma, per un motivo o per l’altro.

Raggomitolata sui gradini di metallo sporco e freddo, con Yusuke che dormiva al di là del muro e delle parole, Ayumi aveva paura di se stessa. A un certo punto, da qualche parte, qualcosa in lei era cambiato. La scuola, l’Akindo, la creatività che sembrava finalmente aver trovato uno sbocco naturale… Non avrebbe saputo dirlo, ma era un fatto che l’Ayumi di un tempo cominciava ad arrancare, a dare segni di cedimento. Più se ne stava lì a sedere, con la fronte appoggiata alle ginocchia e i singhiozzi che la scuotevano, più i ricordi ronzavano come api impazzite, portandosi dietro sensazioni contraddittorie. A dividerla da Yusuke c’era molto più di una semplice parete di mattoni.

Da un lato voleva tornare a casa, buttarsi sul letto e continuare a piangere e pensare a lui fino a sfinirsi, perché si era davvero precipitata lì per convincerlo a non lasciarla, come la vera amica che tentava di essere o come la sciocca ingenua che era. Dall’altro provava una frustrazione che non aveva mai conosciuto e che la faceva quasi tremare. Voleva alzarsi, sbattere i pugni contro la porta e mettersi a urlare, non sono la sostituta di Mariko!

Non voleva più essere un ripiego. Era stanca, stanca, stanca di quel suo atteggiamento controllato, remissivo, dell’Ayumi sempre un passo indietro, che non vuole disturbare. Che non vuole rischiare. Era stato così fin da quando era bambina e l’aveva sempre considerato un comportamento normale, perfettamente consono alla sua natura, ma poi si rivedeva sulla scalinata della scuola ad ammettere quanto lui le piacesse, ad alta voce e proprio con Mariko. Oppure a Karuizawa, mentre confessava alle altre ciò che provava per Yusuke e subito dopo, senza pensare alle conseguenze, si lanciava fuori da quella villa principesca eppure troppo piccola per contenerli tutti, con le loro emozioni e le loro paure, piena fantasmi nascosti dietro le porte. In quella notte di tempesta, quando nella grotta i suoi sentimenti scelsero una strada a dir poco bizzarra per manifestarsi, aveva pensato che poteva farcela, a soppiantare Mariko nel suo cuore, e aveva ascoltato il respiro di Yusuke farsi sempre più profondo e le gambe riscaldarsi nel contatto con i suoi capelli profumati di pioggia. Aveva accarezzato la fronte addormentata con mani sicure, ma nel buio illuminato dai lampi era stato fin troppo semplice confondere la gentilezza con l’interesse, e infatti il giorno dopo ogni cosa era rientrata nei giusti binari. Al ritorno, la lettera scarabocchiata su un foglio di quaderno era servita a poco, anche se scriverla era stato molto meno imbarazzante di quanto avesse immaginato. Non aveva più niente da perdere, e allora perché no?

Gli anni seguenti le appaiono ancora troppo complessi, o al contrario quasi banali. Il modo in cui si era avvicinato a lei, a partire da quell’ultima giornata dell’Akindo. Circospetto, maldestro perfino, eppure certo di non incontrare ostacoli. E non ce n’erano stati, in effetti. Gli era caduta tra le braccia senza neppure darsi il tempo di riflettere. Ricorda che all’inizio aveva sempre freddo, nonostante indossasse maglioni e giubbotti pesanti, e per quanto si nascondesse sotto strati e strati di stoffa le sue mani rimanevano ghiacciate e ogni tanto un brivido le correva lungo la schiena. Probabilmente faticava ad abituarsi al cambio di stagione, come ogni autunno, ma nel profondo sapeva che non era una questione soltanto meteorologica. In realtà non riusciva ad adattarsi alla nuova vita, alla nuova Ayumi. A volte coglieva un’ombra nei loro sguardi, nel suo sguardo, e allora l’assalivano ondate di panico incontrollabile e partiva la caccia ai fantasmi. Le lunghe lettere che scriveva a Mikako, lontana in una città vitale, erano un tentativo di arginare la confusione, alla continua ricerca di calore.

E adesso, in questo taxi che corre nella luce del tramonto, c’è di nuovo lo stesso freddo a congelarle le dita protette dai guanti; viaggiano con lei il dubbio e la paura di un finale scontato, di un mosaico in cui ogni tessera si mette al proprio posto solo perché non ci sono alternative. Mariko aveva scelto di andarsene, o di fuggire. Di fatto, aveva deciso anche per lui.

Anche per loro.

Non importa quanto tempo è passato… puoi divertirti a mescolare i colori, ma devi comunque rispettare il disegno.

Ayumi osserva i cumuli di neve ormai sporca, ammucchiata sul ciglio della strada. Vorrebbe sporgersi oltre il sedile e chiedere di fare inversione, e poi ride di questo pensiero perché è già tornata indietro, nello spazio e nel tempo. Dalla radio escono allegre le note di una canzone di Natale, quella che in questi giorni canticchiano tutti ma di cui nessuno ricorda mai il titolo. È la versione inglese, per fortuna. Appoggia la tempia al finestrino e ascolta il conducente ripetere le strofe in giapponese. Non sembra neanche male, almeno è intonato. Risponde distratta alle chiacchiere e intanto controlla per l’ennesima volta la piega dei capelli, se il trucco è a posto e se i collant, per caso, si sono smagliati. Ci mancherebbe solo questa. Scende dal taxi e si avvicina a passi rapidi, nonostante il sottile strato di ghiaccio che fa brillare l’asfalto. Li vede seduti al tavolino oltre il vetro, i visi allegri e distesi, e sente lo stomaco che balla. Chiude gli occhi, adesso come allora è sempre la stessa partita, ci sono due Ayumi che lottano tra loro e c’è sempre la stessa ragazzina dietro la porta, con le mani fredde in attesa che si apra e i cocci di vetro sotto i piedi…

Ci sono due Ayumi che lottano tra loro, e non saprebbe dire quale delle due abbia spinto la porta per immergersi in un aroma di dolci, caffè e tabacco. Né quale sia quella che si è avvicinata al tavolo dove la stanno aspettando da quasi dieci minuti, raffinata, calma e sorridente. Si è seduta vicino a lei perché era l’unica sedia libera, e ha mandato avanti la conversazione per pura cortesia, sorridendo a denti stretti alle loro battute. Fino a quando Mariko si è accesa una sigaretta in un gesto lento ed elegante e poi, con altrettanta eleganza, insieme al fumo ha buttato fuori quella frase che zittisce e imbarazza tutti.

Ayumi aspetta un attimo, prima di rispondere.

Forse perché non riesce a inquadrarne bene il tono, o il senso, oppure perché l'ha capito benissimo e teme che dalla bocca possano uscirle parole taglienti. C’è una ragazzina che stringe i pugni sotto il tavolo e trattiene le lacrime, e poi c’è una donna che ripensa a molto tempo prima, a una notte di tempesta e ad un mattino di sole. Lentamente le due figure si sovrappongono e, quando le voci e la musica del locale si fanno di nuovo largo tra il silenzio immobile, c’è una sola Ayumi a riportare l’attenzione su Mariko. Non vede la ragazza capricciosa e triste che ha scelto la fuga lasciandole libero il campo, ma una donna con i capelli raccolti e lo stesso profumo intenso di allora, bella e difficile come un’orchidea. Osserva i lineamenti delicati assorbire e riflettere la luce come cristallo e pensa che è stata una frase gentile, dolce a suo modo, e immagina che debba esserle costata molto, moltissimo, perché su quelle dita perfettamente curate che schiacciano la sigaretta nel posacenere spiccano anelli con pietre grosse e pesanti, mentre lei ne porta uno solo, semplice e sottile.

Grande o piccola che sia, la differenza è tutta qui.

Sorride e ringrazia, e quando escono realizza che in fondo l’insicurezza non l’ha mai abbandonata del tutto, nemmeno quando ha scoperto di attendere un figlio o quando, molto prima, il suo corpo aveva finalmente accolto quello di Yusuke.

La stessa stanza, aveva pensato dopo, acciambellata sotto le lenzuola. Lo stesso letto.

Così se n’è rimasta acquattata in silenzio, in attesa, ed è bastato davvero poco per stuzzicarla. E’ stato sufficiente abbassare la guardia, uno spiraglio appena, ed eccola pronta a pungere, solleticare, mordicchiare.

In tutti questi anni, è stato come correre in salita: una parte di lei ha continuato a pensare, a temere, che la vita con Yusuke non fosse altro che la quieta accettazione di un compromesso, costruita su una rinuncia. Invece, sotto la luce ovattata dei lampioni, capisce che insieme hanno camminato in collina e che la salita si è da tempo trasformata in una confortevole pianura, e che la parola per descrivere l’affanno che le ha chiuso i polmoni il giorno del matrimonio non era emozione, ma diffidenza. La vecchia Ayumi non si è mai staccata dalla sua mano, stretta ai fili del dubbio, e alla nuova è sempre mancato il coraggio di compiere l’ultimo passo, quello che avrebbe saldato il passato con il presente, incapace di concedere fiducia. A se stessa come a chiunque altro.

Riflette su tutte queste cose e rimane qualche passo indietro, per questo forse è l’unica a notarle. Non tanto per l’Happy Berry che decora i loro abiti, che pure è un dettaglio essenziale, ma perché in questo preciso istante capisce la ragione per cui tutti e quattro, di comune accordo, hanno deciso di rinunciare al taxi e preferito allungare la strada, facendosi graffiare la pelle dall’aria fredda e pungente della sera.

In tutti questi anni, ha sprecato tempo e soprattutto amore. Quello caldo e prezioso di Yusuke, certo, e quello per se stessa, anche. Ma il torto più grande, l’ingratitudine maggiore, è stata nei confronti di ciò che tutti loro dell’Akindo hanno vissuto. Le due ragazze che la superano ridendo non possono saperlo, ma sono la prova tangibile che è tutto vero, che un tempo sono stati i protagonisti di una stagione magica e irripetibile. E che a un certo punto il sogno ha preso vita e con fatica si è trasformato in passioni, in persone reali, di carne e sangue, e le si chiude la gola quando pensa a quella parola così a lungo cercata, amici.

E’ la voce di Mariko a chiamarla, lo stesso tono strascicato e petulante di allora. Ayumi la raggiunge di corsa e la prende sottobraccio, e in questo tocco, finalmente, le sue mani si riscaldano.

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Per i tempi che furono, e che non sono mai "stati"

Gokinjo Monogatari © Ai Yazawa
mailto: stellametista@yahoo.com
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