Pictures of you
di Stella

Ispirata da un’immagine di Yuh Saeki Anglarde, nei toni del rosa, l’unica che ho visto in giro.
Ambientata alla fine del ritiro di Hakone, poco prima del rientro (episodio #42).
Scritta in più riprese sotto un cielo plumbeo come il mio umore,
cercando di convincermi che "non è per sempre".

 

Pictures of you

 

I've been looking so long

at these pictures of you

that I almost belive that they're real

The Cure - Pictures of you

 

Quando si era deciso a entrare, dopo aver bussato piano un paio di volte, aveva trovato la stanza vuota. I suoi vestiti erano sparsi a terra, una disordinata esplosione di stoffe, colori e forme da cui spuntavano brandelli di scarpe, divisa da allenamento e biancheria. Appoggiati sul tavolo, bene in vista, gli occhiali da partita… o da sub, come aveva detto una volta Minefuji credendo di essere spiritosa. Alla fine della sfida con gli universitari era talmente a pezzi che li aveva dimenticati nello spogliatoio. In fondo era passato per quelli, quindi sarebbe stato sufficiente prenderli e andarsene, ma Yamazaki aveva indugiato ancora un attimo. Che cosa era stato a spingerlo a fermarsi? Il profumo di lei appena percettibile? La stanchezza? O più semplicemente, il desiderio di conoscerla meglio attraverso piccoli, insignificanti particolari?

Aveva fatto qualche passo, si era avvicinato alla finestra e aveva scostato la tenda. I suoi occhi erano scivolati sugli alberi, il sole che filtrava tra le foglie ed entrava nella stanza in raggi sottili, tingendo il pavimento di un rosso caldo e tenue. Aveva riportato lo sguardo sul tavolo e aveva notato il libretto scolastico che usciva appena dalla sacca. L’aveva preso in mano e aveva guardato ancora una volta le due fotografie. Aveva sorriso tra sé, ricordando il momento in cui l’aveva conosciuta, a partire dal quale lei gli si era appiccicata addosso e non l’aveva più mollato. Non ne aveva capito la ragione, dapprima, ed era subito partito per un numero imprecisato di viaggi mentali, sola andata in prima classe.

Poi, quando lei gli aveva spiegato tutto, non si era nemmeno sentito deluso. Stupido, piuttosto, e infinitamente depresso. Insomma, subire il transfert di una ragazzina che ha perso l’amato padre in tenera età non era proprio il massimo. E poi, tutte le attenzioni che gli riservava a volte gli davano sui nervi, anche lei lo trattava come un fottuto invalido. "Appoggiati a me", "Ti do una mano", "Ti accompagno alla visita"…

Lo credi davvero, Saeki? Ne sei davvero convinta, che questo sia io? Chi è la persona che vedi, quando mi guardi?

Un attimo dopo, la porta si era spalancata e il cuore gli era quasi uscito dalla gabbia toracica. Saeki era entrata in camera, i capelli gocciolanti d’acqua che bagnavano la canotta e un telo attorno ai fianchi. Di ritorno dalla doccia, reggeva in una mano il beauty-case e nell’altra una salvietta.

"Capitano!" Lo sguardo di Yamazaki si era incollato alla sua figura seminuda, attraversata dalla luce del pomeriggio.

"Scusa, scusa! Me ne vado subito!" aveva detto agitando freneticamente le mani e distogliendo lo sguardo da quel corpo sottile, che gli si mostrava inaspettato. In quel momento avrebbe voluto essere cieco, anzi no, avrebbe dato qualsiasi cosa per avere dieci decimi.

Saeki aveva le guance in fiamme e gli occhi spalancati, ma Yamazaki non era da meno. Stessi occhi attoniti, identico rossore. Il capitano del Kouzu aveva attraversato la stanza e si era precipitato verso la porta… solo per scontrarsi con la ragazza che, mossa dal medesimo istinto di fuga, stava cercando di raggiungere il piccolo armadio nell’angolo.

Pietrificati, in mezzo alla stanza, si erano fissati per un istante. Yamazaki le aveva appoggiato le mani sulle spalle per non farla cadere, e la pelle era umida e calda al tocco. Il profumo dello shampoo si era insinuato nelle sue narici e si confondeva con quello della fine dell’estate… e gli occhi di lei, pozze di blu intenso, quasi nero.

"Scusa…"

"No, scusa tu…"

"Okay, allora vado…"

Era stata Saeki a riprendersi per prima.

"Aspetta, ti stai dimenticando questi!" aveva quasi gridato. Yamazaki si era voltato e l’aveva vista saltellare scalza verso il tavolo, buttare a terra le cose che teneva in mano e afferrare i suoi occhiali, girandosi verso di lui con un movimento rapido.

Troppo rapido.

Il telo si era sciolto e, lentamente, era caduto.

In realtà l’intera sequenza degli eventi si era svolta nello spazio di due, tre secondi al massimo, ma a Yamazaki era parso che il tempo si dilatasse e si contraesse, come un muscolo cardiaco impazzito.

"Oddio, no!" aveva singhiozzato Saeki cercando di afferrare i lembi di stoffa, ma senza successo. Il telo era ormai ai suoi piedi.

"Beh, meno male che mi ero messa le mutande…" Il viso rosso come i capelli, la ragazza aveva tentato di scherzare per nascondere l’imbarazzo… mentre Yamazaki, completamente irrigidito nella sua divisa nera, si era lasciato andare contro la parete.

"Già, meno male…" aveva mormorato.

"Figurati se vado in giro mezza nuda con un branco di ragazzini allupati in giro!" aveva continuato Saeki. "Presenti esclusi, s’intende!" Aveva ammiccato nella sua direzione, un sorriso gracile, da finta smaliziata.

Cioè? aveva pensato Yamazaki.

"Vuoi dire che da me ti va bene farti vedere nuda?" Una frase stupida, una caduta di stile da macho idiota, che oltretutto gli era salita alle labbra con il tono sbagliato, ruffiano, ma non per le ragioni che lei poteva immaginare.

"No! Non volevo dire quello! Io… ecco…"

Certo, perché fino a quando continui a vedermi come la copia di tuo padre non pensi a me in altri termini…

"Lascia perdere, va’… e dammi gli occhiali. Quella cretina di Minefuji…"

"Che c’entra Minefuji? Sono stata io a trovarli nello spogliatoio e a portarli via…"

"Sì, sì… adesso li ho recuperati, tutto a posto. Ci si vede a cena, manager."

Aveva preso gli occhiali dalle sue mani in fretta. Si era quasi obbligato a farlo, perché il desiderio più forte era invece rimanere ancora, guardarla, parlarle, sorriderle… toccarla, anche, e poi… No, non ci sarebbe stato alcun poi. Doveva andarsene e basta, immediatamente.

"A-aspetta, Yamazaki!"

Ancora?

Aveva raccattato da terra i pantaloni della tuta e li aveva infilati in fretta, rischiando di cadere goffamente.

"Okay, senti… va bene così? Puoi fermarti un attimo, adesso?" C’era una nota di ansia nella sua voce, che contrastava con la sicurezza di sé che era solito attribuirle.

No che non va bene, era meglio prima. Molto meglio.

"No che non va bene. Hai i capelli bagnati, finisce che ti ammali."

Le parole che Yamazaki aveva pensato non erano quelle che gli erano uscite di bocca, si sentiva dannatamente confuso.

Fottuto, in una parola.

Da qualche parte tra cervello e corde vocali c’era un’interruzione dei contatti, la comunicazione era disturbata. Una parte di lui era consapevole dell’atteggiamento che il suo ruolo gli imponeva, paterno quasi, ma adesso sapeva con certezza di odiare quella parola, dal profondo. C’era però anche un’altra parte di Yamazaki, quella che ogni notte gli sussurrava all’orecchio che la sua presenza in squadra era ormai sempre più precaria, e allora si sentiva quasi costretto nei panni di capitano, impassibile, affidabile e sempre controllato.

Contemporaneamente, il ginocchio aveva richiamato la sua attenzione. Gli faceva male. E impasticcarsi di antidolorifici serviva solo in parte, per sopportare la fatica degli allenamenti, perché c’era dell’altro sotto. L’aveva notato da un po’, questo manifestarsi del dolore quando era nervoso. Naturalmente la relazione tra le due cose era inesistente, una lesione ai legamenti non era certo come il mal di testa di una giornata al Red Barns o dopo una violenta incazzatura. Piuttosto, in situazioni del genere il legamento ferito diventava il megafono della sua debolezza e fragilità.

Aveva stretto nel pugno l’elastico degli occhiali. Non poteva trovarli Kanemoto? Così si sarebbero fatti due chiacchiere tranquille e avrebbero aspettato l’ora di cena, pregustando il banchetto offerto da Minefuji.

Saeki si era seduta sul tavolo e aveva abbassato la testa, ciocche dense di capelli e acqua le coprivano il viso.

"Io non ti piaccio, vero?"

Yamazaki l’aveva guardata, sperando di incontrare il suo sguardo. Una domanda del genere andrebbe fatta a viso aperto, non mormorata contandosi le dita dei piedi. Ma forse era un bene che Saeki non avesse il coraggio di sollevare gli occhi da terra, perché in fondo non sapeva cosa rispondere… o meglio, lo sapeva perfettamente ma l’incertezza era troppo forte, e così aveva optato per un’altra domanda, per prendere tempo.

"Perché dici così?"

Lei aveva sollevato appena la testa, cercando la luce che si spegneva fuori dalla finestra. Faceva dondolare le gambe, come una bambina piccola sull’altalena.

"Sai cosa mi ha detto mia madre quando le ho mostrato la tua foto, prima di partire?"

No, non lo so. E a dirla tutta me ne sbatto anche.

"Che somiglio a tuo padre?"

Ancora quell’interferenza, ancora parole diverse dai pensieri, ancora e sempre era il capitano a parlare.

"Ha detto: ’Yuh, solo a te poteva venire in mente una cosa del genere. Il tuo senpai non assomiglia per niente a papà’. Proprio così."

Nella pausa che aveva fatto seguito alla frase, il cervello di Yamazaki aveva cominciato a lavorare freneticamente.

"Ah." E allora?

Lei l’aveva finalmente guardato. In realtà l’aveva fissato in silenzio come se lo vedesse per la prima volta. Yamazaki aveva incrociato le braccia sul petto, sostenendo lo sguardo da dietro le lenti azzurre. Tentava di riflettere, di sbrogliare il gomitolo di emozioni che rimbalzava tra loro…

"Mamma, guarda Yamazaki senpai! Non ti ricorda qualcuno?"

"Mmmm… no. Perché, chi mi dovrebbe ricordare?"

"Ma… come? Guarda bene! È papà!"

"Yuh… solo a te poteva venire in mente una cosa del genere. Il tuo senpai non assomiglia per niente a papà."

"Non è vero! Okay, ha i capelli neri e troppi orecchini, ma guarda… gli occhiali… i lineamenti… Come fai a dire che non gli somiglia?" continua Saeki sull’orlo delle lacrime, indicando col dito i particolari delle due foto.

La signora Anglarde abbraccia la figlia, forte, poi la guarda in viso e le scompiglia dolcemente la frangia. L’espressione è malinconica, lontana. C’è molto del marito in Saeki, e ogni volta che posa lo sguardo su di lei sente una morsa stringerle il cuore. Non è il colore degli occhi, azzurro cristallo, e neppure quello dei capelli, un punto di rosso indefinibile.

Questi sono dati oggettivi, esterni e visibili a tutti.

Quello che lei vede è invece lieve, sfugge agli occhi degli altri e forse alla stessa Saeki. È un’eco nella voce, l’energia che trapela dal viso della figlia quando si infervora, la luminosità della sua pelle.

"Non farti ingannare da una stupida foto. È il sorriso, Yuh. E l’espressione degli occhi… non sono quelli di tuo padre, affatto."

Saeki ammutolisce, guarda l’immagine che tiene in mano e poi di nuovo la madre, aggrottando le sopracciglia. Si alza di scatto dal divano e scappa in camera sua, sbattendo la porta. Sulla scrivania c’è un’unica foto, la stessa che più piccola tiene in mezzo al libretto scolastico, insieme con quella di Yamazaki.

È stata una decisione della madre, dopo il funerale non ha voluto trasformare la casa in un triste reliquiario.

"Una foto è bugiarda, mente per sua stessa natura perché quello che mostra non esiste già più. L’amore per papà ce lo portiamo dentro, sotto la pelle, per sempre. Non abbiamo bisogno d’altro."

Con i pugni serrati, colpisce con forza il piano del tavolo e scoppia a piangere, mentre ondate di emozioni si abbattono su di lei. Non sono ricordi di episodi concreti, perché della sua infanzia conserva quello che ha raccontato a Yamazaki e poco altro.

La memoria ha preferito imprigionare squarci di cielo luminoso, suoni di parole straniere, vividi colori. Afferra la foto e con la vista offuscata dal pianto sfiora il volto del padre, sperando di sentirne il calore.

La mamma ha ragione, Yamazaki non somiglia per niente a papà. Una foto cattura le cose, non le emozioni. E crea un legame indissolubile con il passato, congelando il presente.

Le lacrime scorrono sempre più calde sul suo viso, colpendo la superficie liscia della scrivania come gocce di pioggia pesante. Le prime che da allora sente davvero. È triste, ma adesso è una tristezza dolce e leggera, delicata.

Liberatoria.

Yamazaki pensava alle parole della signora Anglarde. Doveva essere una donna interessante, se aveva sposato un gaijin, uno straniero, in un paese in cui i matrimoni misti erano ancora additati con rimprovero. Una persona che sapeva guardare oltre le apparenze, e che gli sarebbe piaciuto incontrare.

Si sentiva felice. Stranamente, stupidamente felice, perché era sicuro che l’opinione della madre non avesse per nulla scalfito quella della figlia.

"Mia madre è un’idiota."

Ecco, appunto.

Bene, era una battaglia persa in partenza, ed era stato un ingenuo a nutrire anche una sola, minuscola speranza. Ma, inaspettatamente, Saeki aveva proseguito.

"Perché lo so anch’io che non somigli a papà. Per niente. Infatti…"

Infatti?

Saeki si era passata una ciocca di capelli umidi dietro l’orecchio, ed era stato un gesto strano, dolce e sensuale, o forse Yamazaki era davvero troppo stordito da quel che stava succedendo per pensare lucidamente. Aveva solo voglia di abbracciarla e, contro ogni logica, l’aveva fatto.

Si era staccato dalla parete, si era avvicinato e le aveva passato un braccio attorno alle spalle attirandola a sé, facendola cozzare contro il suo petto. Era fresca, sottile, quasi fragile. Aveva appoggiato un bacio tra i suoi capelli, ricambiando quello di lei che aveva sfiorato la sua fronte mesi prima. Gli occhiali erano di nuovo caduti sul tavolo, dove li aveva trovati entrando nella stanza.

Saeki si era lasciata andare contro il suo corpo, gli aveva circondato i fianchi con le braccia ed era rimasta immobile, in silenzio.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo erano rimasti così, ma a un certo punto Yamazaki aveva cominciato a sciogliersi dall’abbraccio. Non ce la faceva più, ad averla così appiccicata addosso, sentire il suo calore, il suo respiro... Era stato un pizzicore lungo la spina dorsale ad avvertirlo, era ora di ripristinare la distanza di sicurezza.

Sono una merda…

Ma Saeki non era stata d’accordo. Si era aggrappata alla maglietta e aveva continuato a stringere, facendo aderire il suo corpo a quello di Yamazaki.

"Per favore… Yoshiki…"

Non senpai, non capitano, non Yamazaki.

Il bacio di prima era stato quello di un fratello maggiore, mosso dalla tenerezza e da un grossolano istinto di protezione.

Per favore cosa, Saeki?

Le aveva preso il viso tra le mani e aveva cercato le sue labbra. Quando le aveva sentite schiudersi, l’istinto di allontanarsi era stato fortissimo, l’improvvisa intimità del contatto lo aveva colto di sorpresa. Ma non aveva potuto farlo, le gambe di Saeki l’avevano imprigionato.

Le voci degli altri, in corridoio e fuori, sembravano lontanissime, attutite. Harumoto e Kanemoto che parlavano seduti all’ingresso dell’albergo, Tachibana e Hiragi che si rincorrevano gridando, i loro passi pesanti che rimbombavano sulle assi di legno. Minefuji che usciva dalla stanza e urlava di fare silenzio, ottenendo in risposta ancora più casino.

Era una sensazione simile a quella che accompagnava i tiri da tre, quando lo scorrere dei secondi rallentava sensibilmente. Nel silenzio che si gonfiava tra la palla che lasciava le mani e il soffio della retina quando entrava nel canestro, Yamazaki riusciva a sentire chiaramente non solo il battito del suo cuore, ma anche il sangue che scorreva, i polmoni che filtravano l’ossigeno, i pori della pelle che reagivano a quel crescente calore.

Quando finalmente Saeki l’aveva lasciato, i suoi occhi erano liquidi, trasparenti.

"Petit soleil…" aveva bisbigliato sul suo collo.

"Che cosa?"

"È il nome con cui mi chiamava mio padre. Petit soleil, piccolo sole."

Vaffanculo, stronza. Proprio non ci riesci, vero?

"È carino", erano state invece le parole. Ma controllate, senza alcun calore.

È una merda di nome.

"Prova a dirlo."

Col cazzo.

"Non so il francese, sembrerei un idiota."

"Prova lo stesso… per favore, capitano."

Un fottutissimo nome idiota, con un suono del cazzo. E smettila di chiedermi "per favore"!

Yamazaki aveva annuito con la testa. Non si fidava a parlare, era sicuro che alla prima occasione l’impassibile capitano del Kouzo sarebbe scomparso dietro alla frustrazione di Yoshiki Yamazaki, diciassette anni.

"Petitsoleil. Ecco, l’ho detto. Adesso lasciami andare" aveva bofonchiato a denti stretti.

Saeki era scoppiata a ridere, ricadendo indietro sui gomiti.

"Beh, che cazzo ridi?"

"Niente, niente… l’hai pronunciato troppo male! Mi prometti una cosa, capitano?" Saeki si era fatta seria. "Non chiamarmi mai così. Né in francese, né in giapponese. Me lo prometti?"

Yamazaki aveva annuito ancora, senza capire.

"Non voglio che tu usi le sue parole, o la sua lingua. Hai capito?"

"No. E mi sto anche-"

Saeki si era sollevata e gli aveva appoggiato un dito sulle labbra, interrompendo il flusso incontrollato di parole. "Voglio sentire la tua voce, ascoltare la tua lingua. Voglio che trovi un soprannome per me e che mi chiami con quello."

Yamazaki era rimasto in silenzio, sentendosi patetico e incredibilmente goffo nel vano tentativo di respingere il nodo che gli serrava la gola. Poi si era passato una mano tra i capelli e aveva sospirato.

"Un soprannome ce l’avevo, ma hai detto che non ti piace."

"Non è vero, non ho mai detto che non mi piace. Solo non conosco bene la storia e quindi…"

"Vorrà dire che ti regalerò il libro… Ann." Aveva percorso con il dito la linea delle sopracciglia, scivolando piano lungo la guancia, fino al collo.

"E voglio una foto di noi due, da tenere nel libretto al posto dell’altra", aveva bisbigliato Saeki intrecciando le dita dietro il collo di Yamazaki.

"E sarà l’unica che ci faremo, d’accordo?" aveva risposto il capitano sfiorandole di nuovo le labbra.

Forse le foto sono bugiarde, aveva pensato Saeki chiudendo gli occhi. Ma non questa, questa non lo sarà. Perché forse a volte la bugia è solo negli occhi di chi guarda.

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Crediti: I’ll e i suoi personaggi sono © di Hiroyuki Asada, Shueisha e Planet Manga.
Ringraziamenti: al Pignoletto dei colli bolognesi, a chi l’ha bevuto con me e spero lo berrà ancora e a chi non ha bugie negli occhi.

Sapete chi siete.

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