Succede, che una storia "chiami" la scrittura.
E I’ll è uno di quei casi in cui, girata l’ultima pagina, le emozioni sono troppo intense per dire okay, basta così.
Dai volumi 7-8 dell’edizione italiana, benvenuti nel mio primo delirio.
Per i crediti e i ringraziamenti, che sono tanti, leggete in fondo.
Buona lettura.

Vivere
di Stella

#1
…È un ricordo senza tempo…

Riversa sull’asfalto, Minefuji sentiva le voci sovrapporsi ovattate, lontane. Uno strano odore le impregnava le narici, mai sentito prima. Di gomma bruciata, di terra, di paura.

Che razza di incubo… devo smetterla di bere tanto prima di andare a letto…

Qualcuno l’aveva chiamata, un grido strozzato di terrore, rabbia e amore.

Kondo? No… Akane? Assurdo, sembrava proprio Akane…

E per quale motivo Akane avrebbe dovuto gridare il suo nome con tanto dolore?

Quel ragazzino era troppo trasparente, l’energia vibrava totalmente libera nel suo corpo, nel suo spirito… con un carattere così rischiava di farsi male, ma era bellissimo osservarlo crescere giorno dopo giorno, e lei si sentiva a volte una privilegiata, perché aveva la possibilità di contribuire a questa meravigliosa evoluzione…

Voleva fare di più per lui… doveva fare di più… per Hitonari, anche…

Hitonari, che finalmente aveva trovato un posto dove essere se stesso, e persone di cui fidarsi. Lontano da quel bambino pallido e triste che aveva conosciuto un tempo. Adesso i suoi occhi erano luminosi, e il suo animo sembrava sul punto di esplodere al richiamo della nuova vita.

Quei due… un giorno o l’altro finirò per commuovermi proprio davanti a loro, come una cretina…

Anzi, li avrebbe abbracciati forte, gli avrebbe palpato il fondoschiena giusto per vedere le loro facce arrossire d’imbarazzo e per sentirli gridare, e poi sarebbero finalmente andati alla spiaggia…

A proposito, l’ho presa la carne?

E poi quella Sumire… come le era venuto in mente di invitare Kondo… e aveva perso tutto quel tempo a cercare un vestito adatto… adatto per cosa? Kondo usciva con Mayumi, era inutile farsi illusioni…

No, quello era stato prima…

Prima quando?

Non capiva, era tutto così confuso… e sentiva un dolore sordo pulsare lungo il braccio sinistro, e un sapore metallico in bocca…

Ho voglia di una sigaretta… e devo smettere di bere, decisamente…

Aveva davvero rivisto Kondo? Il cuore le era balzato in gola, come una sciocca ragazzina alla prima cotta, e lo stomaco si era annodato di nuovo, identico a quel pomeriggio di tanti anni prima…

E Mayumi… il biglietto era ancora sul tavolino.

Mayumi si sposa… si sposa con Kondo?

È per questo che lui è tornato?

Non è giusto, non è giusto…

Mayumi ha avuto un incidente… in moto? No, lei non l’aveva la moto… non era quel tipo di ragazza… Però lo scooter è comodo…

Minefuji sentiva la stanchezza invaderle il corpo. Si sentiva improvvisamente pesante, come se stesse affondando nel fango.

Ventinove anni. Sto invecchiando.

Sentì mani che la sollevavano, e il mondo cominciò a girare all’impazzata… Voleva ridere di quella giostra improvvisa, una bella risata allegra e infantile, ma una fitta lancinante trasformò il suono in un rantolo. Percepiva il calore del sole sulla pelle, non più quello strano gelo che s’infiltrava nelle ossa…

Poi il buio, un odore acre e pungente, il motore di un’automobile che si accende… e una sirena che taglia il cielo, un rumore lacerante come un grido, affilato come le unghie di un gatto…

Che palle questa sveglia… Ho detto cinque minuti, poi mi alzo.

Akane…

Cazzo, finirà che arrivo in ritardo…

Hitonari…

Questo mi sembra scorretto nei confronti di Mayumi…

Kondo…

Chissà se ne hanno due…

Buio.

Io… io vorrei…

Adesso è tutto buio.

#2
…O sopravvivere…

"Sei un pezzo di merda."

Lo disse così, senza alcuna inflessione particolare. Senza rabbia, senza cuore, senza soddisfazione. Solo quella voce monocorde, atona, robotica quasi, con la quale scandiva sempre ogni singola parola. Shigemi l’aveva sentita ormai milioni di volte, ma ancora faticava a riconoscerla. Si chiedeva spesso se era l’unica, a ricordarsi com’era prima. Eppure c’erano, al Garden. L’avevano sentito tutti, ed era stato quasi impossibile non farsi trascinare dalla sua musica, dalla sua voce calda e potente. Ma naturalmente, in seguito tutti avevano preferito dimenticare. Meglio ancora, avevano preferito ferire. Perché alla fine sono solo gli amici quelli che riescono a far male davvero. Che sanno dove colpire, e lo fanno con tutte le loro forze, per non essere colpiti a loro volta.

"E adesso ti faccio vedere che cosa succede alle merde che capitano sotto le mie scarpe."

Saki aveva ripreso a parlare, e Shigemi aveva chiuso gli occhi, inerte contro il muretto. Non voleva vedere, non voleva ascoltare, ma si ritrovò invece a fissare con occhi dilatati lo spettacolo che Saki metteva in scena per l’unico pubblico che gli era rimasto.

Non era il coltello a far paura, che era piccolo e dalla lama sottile, niente più di un temperino. Era lo sguardo. Spento come la sua voce, ma febbricitante e lucido. Occhi che a guardarli ci si poteva smarrire, tanto profondo era il buio che li illuminava. Avanzando di un passo verso il suo interlocutore, Saki trovò perfino il modo di sorridere, un attimo prima di far balenare la lama davanti alle sue pupille atterrite.

Un sorriso triste, cinico. Un sorriso da vecchio.

Un rapido movimento di polso e il malcapitato si era già portato le mani al viso, gridando di dolore, le mani imbrattate di sangue.

"È solo uno sfregio, non fare tante storie. Se avessi voluto ammazzarti avrei mirato allo stomaco."

Nessuno degli altri aveva fiatato. Riconoscevano in Saki il loro leader, ma non era la fiducia il collante del gruppo. Paura, piuttosto, e rancore. Stavano ancora insieme per questo, per non sentirsi del tutto morti. Per dare un senso alle loro vite, che di senso sembravano non averne più da tempo. A Shigemi venne da piangere, e scivolò lungo il muretto. Fissò l’asfalto nero sotto i suoi piedi, nero come i suoi anfibi, come la sua gonna, come i suoi capelli, come lo smalto sulle sue unghie. Pensò che in fondo non era altro che una triste metafora.

Un colore che non è un colore, per una vita che non è una vita.

Li sentì cominciare a cazzeggiare, la tensione si era dissolta. Qualcuno tirò fuori delle sigarette, qualcun altro delle birre, e le voci si intrecciarono al fumo e all’alcol.

"Certo era proprio figa, quella."

"Io me la sarei anche fatta, e mi sa che lei ci stava pure!"

"Sì, figurati! Ma ti sei visto, idiota?!"

"E poi, anche senza freni, con quell’air-bag che ha davanti che cazzo vuoi che si faccia!"

Le ultime della giornata, raccontate con l’arroganza e la noia di sempre. Shigemi ingoiò le lacrime e rivolse l’attenzione a Saki. Non li stava nemmeno guardando, addossato al muretto come lei. Le spalle appena piegate, le mani affondate nelle tasche, sembrava rincorrere un suono inafferrabile, come l’odore di quel pomeriggio umido e greve, di nuvole incollate all’orizzonte che cancellavano ogni via di fuga. Avrebbe voluto sfiorarlo, allungare una mano e accarezzare quei capelli dai riflessi violacei, ma semplicemente rimase immobile a osservarlo, incapace di infrangere le barriere che aveva eretto attorno a sé.

"Che cazzo hai da guardare?" Quella rabbia negli occhi, che per brevi istanti balenava a volte nei suoi occhi, muta e feroce.

"Niente, io…"

"Allora piantala. È una cosa che non sopporto", scandì lentamente, facendo strisciare le parole una dopo l’altra mentre si allontanava da lei.

Reclinò il capo verso il cielo e fissò negli occhi il sole pallido del pomeriggio, senza abbassare lo sguardo, come se la sua disperata sfida volesse estendersi anche a quella sfera lontanissima e irraggiungibile.

Bruciami, ti prego.

#3
…È come un comandamento…

Gli sguardi ostili se li era sentiti addosso fin dall’ingresso, quando la campana aveva annunciato inesorabile il momento di entrare. Mormorii al suo passaggio, gente che si girava dall’altra parte.

Okay, si era detto.

Ci può stare. L’ho mollata, sono stato un po’ stronzo… ma figurati se sono il primo studente che pianta una ragazza...

Entrato in classe aveva cercato Minefuji con lo sguardo, l’ombra di un sorriso ad accarezzargli le labbra. Lei era nel vano della finestra, appoggiata con i gomiti al davanzale. Il sole inondava la sua figura di una luce calda e dorata, i capelli che ondeggiavano piano nella brezza del mattino. I suoi occhi si illuminarono, i contorni del suo corpo parvero prendere colore e vita.

Il tempo di avvicinarsi, di abbozzare un saluto, e la voce lo colpì alle spalle togliendogli il respiro.

"Bastardo! Sei un bastardo, Kondo!"

Si era girato, incredulo davanti a tanta furia. In un certo senso gli era venuto da sorridere, ma si era ben guardato dal farlo.

Akemi… l’amica del cuore… che palle…

Ma, evidentemente, qualcosa non aveva funzionato nel controllo dei suoi muscoli facciali, perché il ceffone lo prese in pieno e lui rovinò addosso a Minefuji.

"E hai perfino il coraggio di ridere! Tu e quella troia di Minefuji siete proprio fatti l’uno per l’altra!"

Dalle altre classi erano usciti alcuni studenti, che si assiepavano sulla porta dell’aula decisi a non perdersi una sillaba dello scontro.

Questo è davvero il massimo.

Kondo recuperò l’equilibrio e le rispose piano, passandosi una mano sul labbro spaccato.

"Ma come ti permetti, Ayukawa?" sibilò. "E da quando Mayumi ha bisogno di un avvocato difensore?"

"Da quando è finita sotto una macchina, stronzo!"

La vista gli si appannò per un attimo. Sentì alle spalle Minefuji trattenere il respiro, e il gelo invadere la stanza. Era peggio, infinitamente peggio dell’essere schiaffeggiato davanti a tutti.

"Come? Quando?" riuscì solo a balbettare.

"Ieri, ieri! Dopo che te ne sei andato! Avevamo appena parlato al telefono, era sconvolta…"

Akemi non lo disse ma tutti, tutti, lo pensarono.

Tentato suicidio.

Avvertì delicato il tocco di Minefuji sul braccio, e istintivamente lo respinse, allontanandola con un movimento brusco, quasi infastidito.

"Dov’è, adesso?"

"In ospedale! Dove cazzo credi che sia?" Akemi gli si era avvicinata e l’aveva spintonato, colpendolo sul petto, ma prima che potesse ripetere il gesto una delle compagne si era intromessa tra i loro corpi, tra le loro parole, tra il loro dolore.

"Akemi, basta… per favore… lo sai anche tu che è inutile…"

Gli occhi lucidi di lacrime, Akemi gli aveva voltato le spalle. Kondo non avrebbe mai dimenticato, anno dopo anno, l’odio che in quel momento le deformava il viso.

"Aspetta! Quale ospedale?"

Non aveva risposto, era uscita dall’aula mentre tutti gli studenti facevano ala per farla passare, in silenzio. Kondo aveva stretto i pugni, e si era girato verso Minefuji.

Mayumi… Kyoko… era tutto un gran casino…

Lei non c’era. Dalla finestra vedeva adesso il cortile e una lama di cielo, e lo stesso soffio d’aria che entrava leggero, accarezzandogli il viso, sembrava volerlo soffocare.

Era tornata al suo posto, accoccolata sul banco. Sfogliava il quaderno degli esercizi, la testa immersa nelle pagine fitte di kanji. Possono le spalle di una persona essere più espressive del viso, delle parole? A Kondo sembrò che la schiena di Kyoko mostrasse in quel momento un dolore intimo, profondissimo.

Ricordò la mano tiepida sul braccio, e come lui avesse rifiutato quel contatto. Un altro errore, che riconobbe come irreparabile con assoluta certezza. Allontanata, alla prima difficoltà.

Era questo, il grande amore? Quel sentimento per cui solo ieri si era sentito invincibile, era lo stesso per il quale una ragazza era finita in ospedale?

Infilò la mano in tasca e le dita cozzarono contro la superficie fredda dell’accendino. Lo strinse, quasi fosse un talismano in grado di infondergli coraggio… Ma era solo uno stupido accendino, e la forza scivolò via.

"Kondo… sul serio, è meglio che non ti fai vedere in ospedale… sai… sua madre… ecco…" La ragazza richiamò la sua attenzione con voce flebile, sfiorandogli appena la spalla. "Lei non vuole che tu ci vada…"

Lui la guardò. Teneva gli occhi bassi, ma non era lei a doversi vergognare in quel momento.

"Va bene. Farò come dici, Shinohara. Ma tu… tu mi farai sapere se sta bene?"

La ragazza annuì, e dalle sue labbra uscirono inaspettate parole di conforto.

"E ti prego, perdona Akemi. Lei… non pensa quello che ha detto. È solo preoccupata… Nessuno lo pensa, nessuno."

Lo guardò ancora un attimo, occhi negli occhi.

"Forse a te… a voi…", si corresse, accennando alla schiena di Minefuji, "…a voi non sembra, ma Mayumi è molto forte…"

***

La luce filtrava delicata dalle tendine abbassate, facendo danzare il pulviscolo nella penombra della stanza. L’odore dell’ospedale, sempre uguale. Perché poi c’era andato, a trovare Mayumi. Da solo. Si era fermato al banco dell’accettazione, dove un’infermiera in cuffietta bianca gli aveva spiegato con garbo e cortesia che la paziente della stanza 314 era stata dimessa il giorno prima. No, non poteva dargli notizie sul suo stato di salute. La privacy, si scusava. Lui era un parente, forse?

No, non lo era, e se n’era andato ringraziandola. Fuori, nel sole, l’unica cosa che gli rimaneva di Mayumi era quell’odore nelle narici, spalmato sui vestiti. Sovrastava quello degli alberi, della terra, dell’estate che si avvicinava e della sua stessa pelle.

Minefuji… anche lei era già lontana, nella mente se non con il corpo. Poteva provare a raggiungerla, forse era ancora in tempo, ma gli mancò il coraggio. Quella sera non le telefonò, e nemmeno la seguente. In classe lei si teneva a distanza, e poco dopo passò a tempo pieno al club di basket. Da parte sua, Kondo decise di partire, sapendo benissimo che stava in realtà fuggendo. Da Mayumi, da Kyoko, da se stesso, da tutto.

Mayumi era davvero forte, pensò guardando il viso di Minefuji coperto di bende.

Più di tutti noi, che abbiamo vissuto per tutto questo tempo scappando, aggrappati al senso di colpa per paura, perché in fondo era più facile così. Da quel giorno, nessuno di noi ha mai saputo fare un passo avanti, nessuno ha avuto il coraggio delle proprie azioni, e gli anni trascorsi hanno finito per trasformare in rimpianti quei sentimenti così preziosi.

Che cosa c’è di più bello di un sogno mai realizzato? Nessun tentativo, nessun fallimento. Tutte quelle infinite possibilità ancora intatte, pronte a essere colte solo allungando la mano… un gesto cristallizzato nel tempo, sempre sul punto di essere compiuto ma mai davvero tentato.

"Perdonare, essere perdonati", disse Kyoko sorridendo.

Vivere, pensò Kondo scostandole dolcemente i capelli dalla fronte. In ogni dolore, in ogni emozione, in ogni singolo istante. Assorbirne la forza senza pentimenti, senza timore.

In fondo la vita offre solo questo, vita da vivere.

Per capire come e perché, Kyoko, abbiamo tutto il tempo.

Insieme.

*****

Crediti: a Hiroyuki Asada, con cui mi scuso per questo scempio dei suoi bellissimi personaggi; a Vasco, che nonostante tutto con le parole ci sa fare come pochi; a Jean Claude Izzo, perché non scriverà mai più ma in quel che ha raccontato c’è già tutto. La vita, solo la vita, nient’altro che la vita.
Grazie a chi ha la pazienza e il coraggio di leggere, a kurai e alla ML del red_barns, che mi sopporta e mi rende felice, e a fiore, lei sa perché…
ma bella più di tutte è l’isola non trovata…

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